Il Tirreno

Pisa

«Era un prestanome della camorra? Io lo cacciai per i miasmi del locale»

«Era un prestanome della camorra? Io lo cacciai per i miasmi del locale»

In tribunale testimonia la donna che affittava a uno degli uomini accusati di aver riciclato i soldi  del clan con i ristoranti. «Ma una volta si presentò con 6 milioni di lire in un sacchetto della spesa»

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PISA. L’aria irrespirabile, i miasmi, i liquami che traboccavano dalle fosse. Non fu l’ombra oscura del clan a convincere Graziella Bottai a mettere alla porta il titolare dell’Imbarcadero, ma gli scarichi delle acque nere che finivano nel suo giardino. Sì, esatto. Prima ancora che lo facesse la procura, è stata la puzza a cacciare da Marina di Pisa un (presunto) prestanome della camorra.

Settantenne, proprietaria del fondo, circa diciotto anni fa presentò la disdetta dell’affitto a Espedito Parisi, ristoratore, 50 anni, origini campane ma da trent’anni residente in città, e soprattutto uno dei maggiori imputati nel processo con cui la Dda di Firenze lo accusa, insieme a altre 11 persone, di essere stato la testa di legno con cui il clan dei Contini riciclò i soldi del racket attraverso l’acquisto di ristoranti e bar fra Pisa, San Giuliano e Viareggio.

Ieri Bottai ha deposto come testimone di fronte ai giudici Eugenia Mirani, Raffaella Poggi e Antonella Frizilio. «Il fondo - racconta la donna in aula - è sempre stato destinato alla ristorazione. Negli anni ’90 cambiò gestione senza che io venissi interpellata. Il primo titolare cedette la licenza a un ristoratore cinese e questo infine a Parisi. Ha sempre pagato regolarmente, versandomi l’affitto sul conto, ma a fine anni ’ 90 ci ha convinti a mandare la disdetta proprio per la situazione igienica insopportabile causata dagli scarichi del ristorante. A Marina il Comune non ha mai realizzato una rete fognaria e gli scarichi del locale finivano nelle fosse asettiche della proprietà, ma la loro capienza era molto limitata rispetto alle necessità di un ristorante. Non ce la facevamo più. Tant’è che oggi il fondo è affittato ad una banca».

I sequestri risalgono al 2010. Nel mirino della Guardia di Finanza ci finirono locali simbolo, sia per la città della Torre che per la Versilia: il Salustri a San Giuliano; a Marina di Pisa appunto l’Imbarcadero; l’Antico Vicoletto nel vicolo del Tinti (a un passo da Borgo Largo); l’Arciere in via della Nunziatina e il Fappani sulla Passeggiata di Viareggio, gestito proprio dalla Passeggiata srl di cui Parisi era amministratore. Oggi tutti le attività hanno nuove gestioni, estranee all’inchiesta.

La donna avrebbe saputo soltanto anni dopo dunque che la pizzeria nata nel fondo commerciale di sua proprietà in via Maiorca era finita nell’inchiesta con l’accusa di essere uno specchietto per le allodole. Insomma, non sono i sospetti di affari illeciti a spingerla a interrompere i rapporti con Parisi.

Anche se il pm Giulio Monferini è convinto che un episodio di questo addio “mefistofelico” fra Bottai e Parisi potrebbe suffragare l’ipotesi di riciclaggio e la provenienza sospetta del denaro. «Per poter liberare il fondo e poterne di nuovo disporne come volevo - racconta Bottai - avrei dovuto versare 18 mensilità. Lo prevede la legge poiché decisi di interrompere l’affitto prima della scadenza naturale». Siamo a ridosso del passaggio dalla lira all’euro, nel 2002. «Chiesi a Parisi che prima saldasse i debiti delle utenze dell’acqua - racconta ancora Bottai - Una sera lo chiamai e il giorno dopo si presentò negli uffici della società Acque con 6 milioni di lire in contanti. Li teneva in un sacchetto della spesa».

Poche settimane dopo la donna avrebbe versato 20 mila euro a Parisi come risarcimento delle 18 mensilità. Non prima di ricevere un’offerta d’acquisto. «Per farlo desistere mio marito chiese una cifra molto alta, due o tre miliardi di lire. Volevamo liberarcene». «Signora, mi dispiace che abbia dovuto testimoniare, ma non è qui a causa mia. Le accuse su di me sono infondate - dice all’uscita Parisi rivolgendosi alla donna - Io non riciclavo i soldi della mafia, avevo un’attività che fatturava un miliardo di lire all’anno. All’epoca pagare somme così consistenti in contanti non era ancora illegale».

Mario Neri

©RIPRODUZIONE RISERVATA.

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