Il dolore
L'amnesia digitale, il male dei nostri tempi
Tra fake news e narcisisti del web: ecco come si sviluppa la bugia dell'era moderna secondo la professoressa Liliana Dell'Osso
PISA. «Per favore, non mi faccia foto. Vengo sempre male». È con una macroscopica bugia l’esordio della chiacchierata con la professoressa Liliana Dell’Osso, direttore della clinica di psichiatria dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Pisana, autrice, insieme al collega Luciano Conti, del libro “La verità sulla menzogna”, un brillante e agevole trattato sui mille volti e sui campi assolutamente indefiniti in cui cresce, si muove e si sviluppa l’arte menzognera.
Professoressa Dell’Osso, che differenza passa tra bugia e menzogna? «“Bugia” è il sinonimo più prossimo a menzogna, generalmente associata ai bambini (da cui un’apparente connotazione di minore gravità). Noi, nel libro, abbiamo usato i due termini come equivalenti».
Qual è il rapporto tra menzogna e ignoranza? «Il Grande Dizionario della Lingua Italiana definisce la menzogna come “affermazione contraria a ciò che è o si crede corrispondente a verità, pronunciata o propalata con l’intenzione esplicita di ingannare. Il mentitore sa di mentire, adotta volontariamente un comportamento la cui funzione è fornire agli altri false informazioni o privarli di informazioni vere».
Ci può essere arte nella menzogna? «Per i greci, mentire era un’arte e Socrate riconosce la superiorità dell’intelligenza di chi sa mentire sulla stolidità di chi non ne è capace. Anticipava così di circa 25 secoli quanto è stato documentato mediante il “brain imaging”: una maggiore attività cerebrale in chi mente. Del resto, come affermava Nietzsche, non è la verità, è la bugia a essere divina».
Le menzogne possono avere un giusto scopo. Possono, insomma, avere un fine moralmente accettabile? «A differenza della verità, unica, indifesa, la nuda verità, il suo contrario ha centomila aspetti e un campo indefinito. Esistono menzogne convenzionali, sociali, pietose, le cosiddette bugie bianche».
Alla presentazione del libro ne discute con un politico e una giornalista. La menzogna alberga più tra i partiti o nelle redazioni? «La menzogna pervade ogni ambito si vada a esplorare, da quelli più generali (storico, filosofico, morale) ai più specifici (artistico, socio-politico, dell’informazione, della salute, della scienza), compresi quelli della malattia mentale (psicologico, psicoanalitico, psichiatrico). Oscar Wilde ironizzava attribuendola a politici, avvocati e giornalisti».
Come difendersi dalle fake news, soprattutto sui social? «Fake news, post-truth, concetti già contenuti in Platone e Machiavelli, hanno raggiunto un’estrema virulenza negli ultimi anni, grazie all’ormai universale diffusione dei social media che, praticamente senza controllo, stanno inquinando capillarmente la nostra vita sociale e politica».
Facebook è un po’ sinonimo di menzogna? «Facebook è un ambiente particolarmente adatto alle esibizioni mitomaniache. Creare un profilo Facebook significa disporre di un palcoscenico sul quale recitare la propria realtà, spesso soltanto un po’ imbellettata, talora totalmente snaturata da immagini di sé completamente ristrutturate, in un culto della personalità che configura una forma recente di narcisismo, il narcisismo digitale. Ci sono soggetti che, affidando scritti, foto, filmati alla piattaforma digitale, finiscono per confondere la propria realtà con quella costruita online, andando incontro a un fenomeno psicopatologico emergente, la cosiddetta amnesia digitale».
Sull’Appennino pistoiese, da decenni, va in scena ad agosto il campionato italiano della bugia. È giusto celebrare l’arte della bugia? O può risultare diseducativo, dal momento che la rassegna riserva anche un premio ai bambini? «Fin dai nostri primi anni di vita, i “ritornelli” più frequenti erano «Non devi dire bugie», «Devi dire la verità», «La bugia è un peccato», «Con papà e mamma devi essere sempre sincero»; poi, per intrattenerci o per addormentarci, ci raccontavano fiabe in cui bellissime principesse in pericolo erano salvate da eroici principi azzurri; poveri fanciulli finivano nelle mani di un terribile orco e solo l’intervento in extremis di una fatina buona riusciva a salvarli; brutti rospi, baciati dalla bella principessa (alla quale, come a gran parte delle donne, certamente facevano ribrezzo!), si trasformavano in aitanti principi, e così via. Noi, anziché ridere di questi racconti assurdi, ci identificavamo con l’eroina o l’eroe della favola, al punto che, dopo decenni, continuiamo, più o meno inconsciamente, a ricercare partner simili ai personaggi dei nostri miti infantili».
C’è qualcosa che si salva dall’azione più o meno subdola della menzogna? «Forse, a dar retta a Erasmo da Rotterdam, l’ultimo baluardo potrebbe essere il “folle”: nel suo “Elogio della follia” afferma, infatti, che la verità è concessa solo al “pazzo”. Lo stesso concetto è presente in Shakespeare, nelle cui opere il fool, il giullare, può proferire indenne le verità più scomode. Così attribuisce ad Amleto, che si finge pazzo, la responsabilità di enunciare verità scientifiche considerate eretiche: “Pensa che le stelle non siano fuochi, dubita pure che il Sole giri intorno alla Terra”, egli scrive a Ofelia».
Se c’è un itinerario nel libro, dove conduce? «Questo percorso va nella direzione dello sviluppo del senso critico individuale. Perché conoscere a fondo il problema della menzogna è un primo passo verso l’individuazione della verità. Inoltre, conoscere i meccanismi che consentono la comunicazione di un falso verosimile ed allettante è anche una prassi di valida immunizzazione nei confronti di quei persuasori, occulti e non, che sono tanto frequenti nella società contemporanea».
A proposito di persuasori occulti, abbiamo notato l'artificio stilistico delle vignette disseminate lungo il testo... «Il testo infatti è costellato di vignette con una duplice finalità: da un lato consentire una lettura continua del corpo testuale senza sviamenti, dall’altro creare una sorta di fil rouge attraverso il quale cogliere i molti volti della menzogna e costruire una sorta di identikit del mentitore. Le vignette, infatti, riportano ritratti di mentitori ed eventi incentrati sulla menzogna. Da Ulisse a Jago, Casanova, Cagliostro, Licio Gelli, Madoff ed altri».
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