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Il neonatologo Boldrini va in pensione: "Vita da primari? Più che altro burocrati, ma che bello salvare tanti bimbi"
Nel 1975 fu fra i fondatori di uno dei primi reparti dedicato alla cura dei neonati. "Il ricordo più bello legato alla storia di una bimba del 1980: nacque di 25 settimane, tutti ci dicevano di lasciar perdere, oggi è una mamma"
PISA. Un batuffolo, 750 grammi. All’epoca Chiara per Antonio Boldrini fu questo: una specie di allunaggio, uno Sputnik in una disciplina per pionieri. Quasi nessuno nel mondo si era spinto così lontano nel cosmo della sopravvivenza neonatale. «Era il 1980. Ci chiamarono dalla maternità per una bimba di 25 settimane. Sapevamo che sarebbe stato difficile farla rimanere in vita, ma ce la facemmo. Oggi Chiara è una splendida mamma, ha una vita normale. Ed è quello uno dei miei ricordi più belli di questi anni. Forse quello che li abbraccia tutti». Quasi 45 anni di carriera, una esistenza spesa sul fronte sanitario forse più difficile, fragile, precario. Lì dove la vita nasce e rischia di svanire in un istante, lasciandoti poco tempo per decidere e un attimo per godere della gioia o per sopportare la rabbia. Da mercoledì Boldrini, primario della Neonatologia dal 1996, sa di essersi lasciato alle spalle questa polarizzazione delle emozioni. Il neonatologo livornese («ma naturalizzato pisano») è in pensione, lascia il timone del reparto di neonatologia al suo vice Paolo Ghirri.[[atex:gelocal:il-tirreno:pisa:cronaca:1.16074319:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/pisa/cronaca/2017/11/03/news/ospedale-de-caterina-per-il-dopo-marzilli-1.16074319]]
Professore, non deve essere facile. Il suo compito era salvare la vita dei bambini appena nati.
«Fra poco compirò 71 anni. Lasciare era anagraficamente inevitabile. A Livorno si direbbe appunto che “non mi ha strozzato la balia nella culla” ecco. Ma, come spesso succede, la verità sta nel mezzo. Un po’ avevo voglia di staccare: questa professione, soprattutto per chi ha incarichi di responsabilità, non ti tiene più molto sul campo. La medicina si è molto burocratizzata. Ma da un altro lato, mi sentivo ancora bene, in forze. E adesso da un certo punto di vista è come se mi si aprisse di fronte una porta sull’ignoto».
Potrebbe continuare da libero professionista.
«No, guardi, io in passato ho fatto pochissima attività privata intramoenia. E in questo momento non ho intenzione di continuare a fare il medico»
Dunque, si gode i nipotini?
«I nipoti sì, e spero di continuare a fare teatro con la Brigata dei dottori. Mettiamo in scena commedie in vernacolo. E poi c’è l’associazione “Il Retone”, fatta di gente un po’ spostata come me».
Quando è cominciata la sua carriera?
«Mi sono laureato in medicina a Pisa nel ’72 e nel ’74 mi sono specializzato in pediatria. Venni chiamato da Carlo Cipolloni a far parte della sua squadra. Il direttore della ginecologia dell’epoca, Pompeo Spoto, gli chiese di creare un reparto dedicato ai neonati, dove accudire i bambini venuti al mondo da gravidanze difficili, prematuri o che subivano lesioni durante il parto».
Eravate un’avanguardia?
«In Toscana fummo i primi a creare un reparto di neonatologia insieme ai colleghi del Meyer. Careggi e Siena sarebbero arrivati nell’86».
I ricordi più belli?
«Chiara, una bambina nata alla 25 esima settimana. Era appena 750 grammi, dovemmo rianimarla anche se tutto remava contro».
In che senso?
«La letteratura scientifica più autorevole dell’epoca, quella anglosassone e scandinava, consigliava di lasciar perdere, di mollare la cima sotto le 28 settimane di gestazione. Noi l’attaccammo al respiratore, ci abbiamo creduto. E oggi Chiara è una mamma meravigliosa».
I ricordi più amari?
«Tutti i volti dei bambini che hanno subito danni o che non ce l’hanno fatta. Ci sono, restano, non li possiamo cancellare, ma le soddisfazioni sono state molte di più. Se dovessi fare un bilancio, direi di aver ricevuto dalla mia vita molto di più di quanto avessi preventivato».
Eredi?
«Paolo Ghirri, il mio vice, è bravissimo. Ora è ad interim ma credo abbia le carte in regola per essere confermato»
E fra i suoi figli, prof, nessuno fa il medico?
«Macché, l’anomalia in famiglia sono stato io. Nessuno né prima di me né dopo di me ha avuto la mia stessa vocazione per la medicina».
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