Toscana
L’eredità del campione ora corre in Tribunale: duello tra nipoti per i soldi
di Pietro Barghigiani
È battaglia sul patrimonio milionario dell’ex maglia rosa Cesare Del Cancia La parente esclusa dalle disposizioni accusa l’altra di aver falsificato il testamento
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PISA. L’eredità del campione corre in Tribunale. Non quella sportiva, svanita ormai nel dopoguerra. Né la gloria o gli allori ottenuti tagliando per primo i traguardi sulle strade polverose e sterrate ai tempi del ventennio. La disputa è più prosaica e recente, ma non meno combattuta. L’eredità inseguita e contesa riguarda un patrimonio milionario, tra immobili e liquidità, che apparteneva a Cesare Del Cancia, orgoglio di Buti e professionista del ciclismo negli anni Trenta con una Milano-Sanremo e una maglia rosa al Giro d’Italia in bacheca. Alfiere di un’epopea sportiva consegnata al ricordo dei nostalgici e alla cui memoria sono dedicate corse ciclistiche, Del Cancia una volta sceso dalla sella della bici aprì con i fratelli una segheria negli stessi locali dove il padre gestiva a Cascine di Buti un mulino.
Nato a Cascina di Buti il 6 maggio 1915 e morto a Pontedera il 25 aprile 2011 alla soglia dei 96 anni, l’ex campione non si era mai sposato. Niente moglie, zero figli. «Sono rimasto solo, forse sbagliando, non so. Ma mi sono sempre difeso da solo. E bene» disse in un’intervista al Tirreno tralasciando la fama di scapolo accorto nelle liaison con il gentil sesso. Una vita pensando al lavoro e un’esistenza morigerata gli avevano permesso di accumulare un discreto patrimonio. Senza ostentazioni, ma senza privarsi del necessario in una parsimonia che alla fine lo aveva fatto diventare dopo le gesta vittoriose e applaudite in bici anche un campione del risparmio. Quello che ora due nipoti si contendono con duelli legali in attesa del traguardo finale. E con un procedimento penale a inquinare i rapporti e alimentare l’adagio popolare dei “parenti serpenti”.
Perché non importa se in vita Cesare Del Cancia era un tipo tranquillo e accogliente, ma che voleva starsene per i fatti suoi e condurre una vita da single in servizio permanente effettivo con l’unica compagnia di Filenia, un setter irlandese. Tutto quel patrimonio a qualcuno doveva pur andare. Succede così che alla morte del campione una nipote, Fernanda Del Cancia, 70 anni, esibisce un testamento in cui viene indicata come erede universale dei beni dello zio. Case, terreni e liquidità. Un patrimonio di svariati milioni di euro.
Alla pubblicazione del testamento, però, c’è qualcuno che non è proprio convinto delle volontà del parente di lasciare tutto a Fernanda. È un’altra nipote, Maria Del Cancia, 86 anni. Le due pretendenti non trovano un accordo sull’asse ereditario. Chi sostiene di essere stata designata come unica erede non ritiene di dover cedere pezzi di quella ricchezza. Quello che ha deciso lo zio non si tocca. A scuotere lo status quo ci pensa l’anziana aspirante erede. La quale non solo si affida a un avvocato - studio Doveri - per chiedere al Tribunale civile di riconoscerle una quota di legittima del patrimonio dello zio. In parallelo avvia anche una battaglia per neutralizzare a livello penale il testamento che considera un falso. Fasullo nei contenuti, contraffatto nella firma. E la querela - la donna è assistita dall’avvocato Rolando Rossi – viene depositata in Procura. Quel foglio vergato a mano in cui Del Cancia elenca beni e disposizioni che vedono come unica beneficiaria Fernanda per l’altra nipote Maria va dichiarato nullo. Al momento di valutare la consistenza delle accuse contenute nella denuncia la Procura - pm Aldo Mantovani – opta per una richiesta di archiviazione. Per il magistrato non sono stati commessi reati. Una decisione che Maria Del Cancia non accetta e, attraverso il suo legale, fa opposizione al provvedimento che spedirebbe la querela e il presunto falso testamento in un faldone dimenticato sugli scaffali di qualche scantinato. Il giudice Pietro Murano si è riservato la decisione. Può chiedere un supplemento di indagini, magari con una perizia grafologica, accogliere l’archiviazione o disporre un’imputazione coatta. Imporre al pm di chiedere il rinvio a giudizio da sottoporre a quel punto a un altro giudice. Questione di giorni e l’eredità Del Cancia, almeno sul versante della battaglia penale, avrà una prima risposta.
Correva e vinceva quel Cesare da Buti, classe 1915, professionista del pedale dalla fine del 1935 al 1946. Nel suo palmarès ci sono state undici corse vinte, fra cui la Milano-Sanremo del 1937 e tre tappe del Giro d’Italia. Per otto giorni aveva indossato la maglia rosa nel Giro d’Italia 1938. Prima di morire Del Cancia poteva vantarsi di essere la più antica maglia rosa. Ma tra gli aneddoti della sua carriera quello dello zabaione è un’istantanea perfetta sul rapporto madre-figlio. Cesare non aveva neanche 22 anni. Sì precipitò all’attacco, in fuga, da solo a 70 chilometri dall’arrivo. Il merito, raccontava, fu di mamma Maria: «In corsa non sopportavo il cibo solido. Ai rifornimenti davano dei bustoni, dentro c’erano panini e tartine, che non solo non digerivo, ma non mandavo neanche giù, rimanevano lì a metà strada e m’ingozzavano. Invece stavolta, al rifornimento, a Savona, fra i banconi e gli addetti alla distribuzione dei bustoni, riconobbi mio fratello Cecco. Mi allungò un sacchetto e m’implorò: “Prendi questo, non toccare nient’altro”. Era lo zabaione preparato dalla mia mamma con le sue mani: sei, sette, forse anche otto uova sbattute con tanto zucchero nel Marsala. Ed era il Marsala di una damigianina speciale, che veniva proprio da Marsala, dalla Sicilia. Saltai su in bici e mi sentii un leone». Cesare ha trovato il modo di correre di nuovo. È la sua eredità in Tribunale.
Nato a Cascina di Buti il 6 maggio 1915 e morto a Pontedera il 25 aprile 2011 alla soglia dei 96 anni, l’ex campione non si era mai sposato. Niente moglie, zero figli. «Sono rimasto solo, forse sbagliando, non so. Ma mi sono sempre difeso da solo. E bene» disse in un’intervista al Tirreno tralasciando la fama di scapolo accorto nelle liaison con il gentil sesso. Una vita pensando al lavoro e un’esistenza morigerata gli avevano permesso di accumulare un discreto patrimonio. Senza ostentazioni, ma senza privarsi del necessario in una parsimonia che alla fine lo aveva fatto diventare dopo le gesta vittoriose e applaudite in bici anche un campione del risparmio. Quello che ora due nipoti si contendono con duelli legali in attesa del traguardo finale. E con un procedimento penale a inquinare i rapporti e alimentare l’adagio popolare dei “parenti serpenti”.
Perché non importa se in vita Cesare Del Cancia era un tipo tranquillo e accogliente, ma che voleva starsene per i fatti suoi e condurre una vita da single in servizio permanente effettivo con l’unica compagnia di Filenia, un setter irlandese. Tutto quel patrimonio a qualcuno doveva pur andare. Succede così che alla morte del campione una nipote, Fernanda Del Cancia, 70 anni, esibisce un testamento in cui viene indicata come erede universale dei beni dello zio. Case, terreni e liquidità. Un patrimonio di svariati milioni di euro.
Alla pubblicazione del testamento, però, c’è qualcuno che non è proprio convinto delle volontà del parente di lasciare tutto a Fernanda. È un’altra nipote, Maria Del Cancia, 86 anni. Le due pretendenti non trovano un accordo sull’asse ereditario. Chi sostiene di essere stata designata come unica erede non ritiene di dover cedere pezzi di quella ricchezza. Quello che ha deciso lo zio non si tocca. A scuotere lo status quo ci pensa l’anziana aspirante erede. La quale non solo si affida a un avvocato - studio Doveri - per chiedere al Tribunale civile di riconoscerle una quota di legittima del patrimonio dello zio. In parallelo avvia anche una battaglia per neutralizzare a livello penale il testamento che considera un falso. Fasullo nei contenuti, contraffatto nella firma. E la querela - la donna è assistita dall’avvocato Rolando Rossi – viene depositata in Procura. Quel foglio vergato a mano in cui Del Cancia elenca beni e disposizioni che vedono come unica beneficiaria Fernanda per l’altra nipote Maria va dichiarato nullo. Al momento di valutare la consistenza delle accuse contenute nella denuncia la Procura - pm Aldo Mantovani – opta per una richiesta di archiviazione. Per il magistrato non sono stati commessi reati. Una decisione che Maria Del Cancia non accetta e, attraverso il suo legale, fa opposizione al provvedimento che spedirebbe la querela e il presunto falso testamento in un faldone dimenticato sugli scaffali di qualche scantinato. Il giudice Pietro Murano si è riservato la decisione. Può chiedere un supplemento di indagini, magari con una perizia grafologica, accogliere l’archiviazione o disporre un’imputazione coatta. Imporre al pm di chiedere il rinvio a giudizio da sottoporre a quel punto a un altro giudice. Questione di giorni e l’eredità Del Cancia, almeno sul versante della battaglia penale, avrà una prima risposta.
Correva e vinceva quel Cesare da Buti, classe 1915, professionista del pedale dalla fine del 1935 al 1946. Nel suo palmarès ci sono state undici corse vinte, fra cui la Milano-Sanremo del 1937 e tre tappe del Giro d’Italia. Per otto giorni aveva indossato la maglia rosa nel Giro d’Italia 1938. Prima di morire Del Cancia poteva vantarsi di essere la più antica maglia rosa. Ma tra gli aneddoti della sua carriera quello dello zabaione è un’istantanea perfetta sul rapporto madre-figlio. Cesare non aveva neanche 22 anni. Sì precipitò all’attacco, in fuga, da solo a 70 chilometri dall’arrivo. Il merito, raccontava, fu di mamma Maria: «In corsa non sopportavo il cibo solido. Ai rifornimenti davano dei bustoni, dentro c’erano panini e tartine, che non solo non digerivo, ma non mandavo neanche giù, rimanevano lì a metà strada e m’ingozzavano. Invece stavolta, al rifornimento, a Savona, fra i banconi e gli addetti alla distribuzione dei bustoni, riconobbi mio fratello Cecco. Mi allungò un sacchetto e m’implorò: “Prendi questo, non toccare nient’altro”. Era lo zabaione preparato dalla mia mamma con le sue mani: sei, sette, forse anche otto uova sbattute con tanto zucchero nel Marsala. Ed era il Marsala di una damigianina speciale, che veniva proprio da Marsala, dalla Sicilia. Saltai su in bici e mi sentii un leone». Cesare ha trovato il modo di correre di nuovo. È la sua eredità in Tribunale.
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