Il Tirreno

Pisa

Va in pensione Mario Marzilli, amico del cuore

di Gian Ugo Berti
Va in pensione Mario Marzilli, amico del cuore

Oggi è l’ultimo giorno di lavoro del direttore della Cardiologia Universitaria dell’Aoup

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PISA. Oggi è l’ultimo giorno di lavoro per Mario Marzilli, direttore della Cardiologia Universitaria all’Azienda Ospedaliero-Universitaria Pisana.

Una figura importante nello sviluppo scientifico e clinico della materia ma, al contempo, protagonista di una serie di scoperte innovative che oggi fanno parte a pieno titolo della diagnosi e della cura delle malattie di cuore.

La storia che vi proponiamo, alla vigilia del pensionamento, è un diario meticoloso ed intenso di quanto accaduto a Pisa nell’ultimo mezzo secolo. In sostanza, possiamo affermare che la “storia” dell’infarto passa anche per Pisa.

Mediamente ogni giorno due persone, a Pisa e provincia, hanno un attacco cardiaco. Di solito si presenta con un dolore al centro del petto, più o meno intenso, che dura dieci-quindici minuti, poi pian piano scompare. C’è chi si spaventa e va al pronto soccorso, c’è chi invece pensa si tratti di mal di stomaco e tira avanti. «Sono dolori che vanno e vengono», è la frequente giustificazione.

Sono passati circa duecento anni da quando un medico inglese, William Heberden, intuì per primo come questo dolore, che chiamò “angina” ovvero dolore, esprimeva una sofferenza del cuore. Di solito, l’angina dura pochi minuti e poi regredisce. Se questo dolore persistesse, potrebbe trattarsi d’ una sofferenza cardiaca più grave che viene appunto chiamata “infarto”. Sia l’angina che l’infarto, una volta capito il loro collegamento col cuore, sono stati considerati conseguenza di ostruzioni aterosclerotiche dei vasi che nutrono il cuore, le arterie coronariche.

E qui comincia la storia che lega lo studio del cuore a Pisa. È stato infatti un cardiologo pisano, Attilio Maseri, allora responsabile del Gruppo Coronarico dell’Istituto di Fisiologia Clinica del Cnr, il primo a pensare che la spiegazione non fosse sufficiente, che troppi pazienti avessero tali disturbi senza ostruzioni aterosclerotiche, senza cioè le famose “placche”. Gli studi del gruppo dimostrarono invece che un altro meccanismo, lo spasmo coronarico, cioè una forte contrazione delle arterie coronariche, poteva causare gli stessi sintomi. Fu una scoperta inattesa, accolta inizialmente con scetticismo e ribattezzata ironicamente dalla comunità internazionale “Pisa angina”, ovvero un’invenzione solo pisana. Tra i più stretti collaboratori di Maseri c’era un altro cardiologo, Mario Marzilli, che, dopo aver contribuito alla documentazione con la coronarografia dello spasmo, si concentrò sullo studio di un altro meccanismo ancora di sofferenza miocardica, la disfunzione delle diramazioni più sottili delle arterie coronariche, quelle che gli specialisti chiamano “microcircolo coronarico” e che, proprio per le loro piccole dimensioni, non sono visibili alla coronarografia. Queste ricerche hanno evidenziato che, oltre alle ostruzioni aterosclerotiche e allo spasmo coronarico, la disfunzione del microcircolo possa causare angina ed infarto. In sostanza, da un modello molto semplice e, anche per questo, molto attraente che vedeva nel restringimento dell’arteria a causa delle placche aterosclerotiche l’unica causa dell’angina e dell’infarto, siamo passati ad uno più complesso, dove più meccanismi possono contribuire a causare sofferenza del cuore: non più solo colesterolo elevato ma, al contempo, alterazioni dei piccoli vasi e spasmo delle coronarie. Naturalmente, la consapevolezza che i meccanismi possano essere più di uno e che alcuni di questi non siano visibili alla coronarografia, cambia radicalmente l’approccio diagnostico alla cardiopatia ischemica. Se prima era sufficiente guardare nelle coronarie e vedere se presentavano ostruzioni, oggi è necessario verificare anche se sia presente uno spasmo o una disfunzione del microcircolo, prima di confermare o escludere la natura ischemica dei disturbi.

Ci sono voluti molti anni prima che le osservazioni di Maseri e Marzilli fossero ufficialmente accettate. È solo nel 2013 che la Società Europea di Cardiologia ha incluso, tra i meccanismi responsabili dell’angina, in aggiunta alle ostruzioni aterosclerotiche, lo spasmo e la disfunzione del microcircolo coronarico. Si tratta di un riconoscimento estremamente importante, ma non certo della conclusione di questo cammino verso una migliore comprensione della cardiopatia ischemica, che rimane ancora la principale causa di morte nei paesi industrializzati.

Come racconta al nostro giornale lo stesso Marzilli alla vigilia del suo pensionamento, «il futuro prepara già nuove sfide. Intanto bisognerà spingere sull’applicazione clinica di tali indicazioni, cioè far sì che se ne tenga conto nei percorsi diagnostici e terapeutici dei pazienti con cardiopatia ischemica. E poi ci sono nuove frontiere e nuove sfide. La prossima avventura, probabilmente, sarà quella di capire se e come sia possibile che le cellule cardiache possano “soffrire” anche quando sono rifornite da una normale quantità di sangue».

Ed ecco il messaggio ai giovani ricercatori: «L’ipotesi più affascinante e su cui si sta già lavorando è che le cellule cardiache possano manifestare segni di sofferenza quando non producono abbastanza Atp. L’Atp è la “benzina” del cuore, è la sostanza essenziale alla sopravvivenza e al funzionamento delle cellule miocardiche. Il cuore ne produce una quantità enorme. Basta però che qualcosa non funzioni alla perfezione, basta un solo enzima compromesso ed il cuore si ritrova senza sufficiente Atp, cioè “ischemico” anche se ben perfuso. Alla base c’è sempre, come raccomandava Maseri, l’attenzione ai dettagli, la capacità di cogliere gli eventi non coerenti con le conoscenze disponibili, la voglia di concentrarsi sugli elementi imprevisti, invece che adagiarsi sull’ovvio. È da qui che parte la ricerca. Tocca alle istituzioni, Università in primo luogo, garantire ai giovani le risorse per affrontare queste sfide. Che sono provocazioni e scelte di vita. Bisogna dare, a chi abbia capacità ed entusiasmo, la possibilità reale di perseguire gli obiettivi scientifici ed almeno un minimo di certezze sul loro futuro professionale. Non lasciamo che i giovani se ne vadano dall’Italia».

Se Marzilli conclude ora il percorso d’insegnamento, rimarrà comunque in attività nell’ambito universitario, per portare avanti quelle ricerche già iniziate. «Lo spirito e l’energia – assicura – sono rimaste quelle d’un temp».

Le nuove generazioni sono avvisate.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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