Gioco
L’esperta: un incubo ricorrente, lo provarono i veterani del Vietnam
Per la psichiatra Dell’Osso le vittime di rapina che reagiscono con un’arma soffrono del disturbo da stress post-traumatico
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PISA. Nel linguaggio scientifico si chiama “disturbo post traumatico da stress”. Per i veterani del Vietnam fu l’inizio di un abisso psicologico da cui tanti non riuscirono a riemergere. «La reazione istintiva di chi vorrebbe cancellare il dolore è cacciare l’intruso, annullare il ricordo di quella sofferenza, eppure non fa che riviverlo continuamente», dice Liliana Dell’Osso, direttore di psichiatria all’Università di Pisa.
Professoressa, cosa è successo a Daniele Ferretti e a sua moglie dopo quello sparo?
«Chi subisce una rapina può sviluppare una patologia che si chiama disturbo post traumatico da stress, è la reazione ad eventi estremi, come la violenza sessuale, un incidente stradale, un bombardamento, una catastrofe naturale. Sebbene fosse già nota nei reduci delle due guerre mondiali, è stata descritta nei veterani del Vietnam. È un fenomeno che studiamo da anni a Pisa col mio gruppo, lo abbiamo fatto con i sopravvissuti al terremoto dell’Aquila, pubblicando più di 30 lavori».
Quali sono i sintomi?
«Chi ha subìto un trauma continua ad avere in maniera indesiderata ricordi involontari e intrusivi. Flash back e incubi ricorrenti in cui qualsiasi fattore che simboleggia il trauma provoca nella persona una forte e prolungata sofferenza, spesso associata ad ansia e insonnia, fino agli attacchi di panico»
Per questo Ferretti potrebbe aver voluto lasciare la gioielleria, per cacciare l’intruso?
«Si tende ad evitare ogni stimolo che riavvolga il nastro sull’evento. Molti dipendenti di banca che hanno subito una rapina finiscono per licenziarsi. Spesso chi ne è vittima dice “nulla è più stato come prima”. Da lì si assiste ad una riduzione di interessi, a un sentimento di distacco verso i familiari, un appiattimento affettivo. Si arriva a dire “non provo più emozioni” e spesso ad incolparsi. Oppure si fa fatica a ricordare, si chiama amnesia psicogena».
Per quanto tempo uno sparo, un bombardamento, uno stupro restano dentro di noi?
«C'è stato chi ha ricercato il disturbo post traumatico da stress nei sopravvissuti all’Olocausto rilevando che non tutti avevano sviluppato la patologia. Conta molto l’individuo, la sua vulnerabilità. E la sua capacità di resilienza, di reazione al trauma. Ma credo anche che molto dipenda da quanto uno rimugina. La ruminazione mentale, che io chiamo “fuoco amico”, è ciò che produce il danno».
Un danno psicologico?
«Non solo. La tac su donne vittime di stupro ha evidenziato una atrofia della corteccia cerebrale simile a quella di una donna di 80 anni demente. L’ippocampo, la sede della memoria, si atrofizza. Per fortuna oggi sappiamo che il tessuto nervoso può rigenerarsi».
Quindi ci si può curare?
«Sì, ma bisogna affidarsi ad un esperto. Ma chi rimugina ha una personalità rigida, gli psicanalisti la chiamano ferita narcisistica. Il paziente si chiede: perché proprio a me?»
Cosa pensa della legge sulla legittima difesa?
«L’autodifesa non è una soluzione. Ma la legge approvata è buona, introduce il concetto di “turbamento psichico” in presenza del quale la difesa si fa legittima; e affida allo psichiatra il compito di riconoscerlo. Per farlo bisogna tener conto di numerosi fattori, tra cui la storia di aggressioni precedenti. Possono aver generato uno stato latente di iperattivazione. Sono persone sul filo del rasoio, che sobbalzano al minimo stimolo, talvolta soggette ad esplosioni di rabbia, a disturbi della concentrazione e ipervigilanza. E trovarsi nuovamente in situazioni critiche può far scattare una ri-esperienza dell’evento passato in grado di far perdere il controllo, una specia di cortocircuito».
Mario Neri
Professoressa, cosa è successo a Daniele Ferretti e a sua moglie dopo quello sparo?
«Chi subisce una rapina può sviluppare una patologia che si chiama disturbo post traumatico da stress, è la reazione ad eventi estremi, come la violenza sessuale, un incidente stradale, un bombardamento, una catastrofe naturale. Sebbene fosse già nota nei reduci delle due guerre mondiali, è stata descritta nei veterani del Vietnam. È un fenomeno che studiamo da anni a Pisa col mio gruppo, lo abbiamo fatto con i sopravvissuti al terremoto dell’Aquila, pubblicando più di 30 lavori».
Quali sono i sintomi?
«Chi ha subìto un trauma continua ad avere in maniera indesiderata ricordi involontari e intrusivi. Flash back e incubi ricorrenti in cui qualsiasi fattore che simboleggia il trauma provoca nella persona una forte e prolungata sofferenza, spesso associata ad ansia e insonnia, fino agli attacchi di panico»
Per questo Ferretti potrebbe aver voluto lasciare la gioielleria, per cacciare l’intruso?
«Si tende ad evitare ogni stimolo che riavvolga il nastro sull’evento. Molti dipendenti di banca che hanno subito una rapina finiscono per licenziarsi. Spesso chi ne è vittima dice “nulla è più stato come prima”. Da lì si assiste ad una riduzione di interessi, a un sentimento di distacco verso i familiari, un appiattimento affettivo. Si arriva a dire “non provo più emozioni” e spesso ad incolparsi. Oppure si fa fatica a ricordare, si chiama amnesia psicogena».
Per quanto tempo uno sparo, un bombardamento, uno stupro restano dentro di noi?
«C'è stato chi ha ricercato il disturbo post traumatico da stress nei sopravvissuti all’Olocausto rilevando che non tutti avevano sviluppato la patologia. Conta molto l’individuo, la sua vulnerabilità. E la sua capacità di resilienza, di reazione al trauma. Ma credo anche che molto dipenda da quanto uno rimugina. La ruminazione mentale, che io chiamo “fuoco amico”, è ciò che produce il danno».
Un danno psicologico?
«Non solo. La tac su donne vittime di stupro ha evidenziato una atrofia della corteccia cerebrale simile a quella di una donna di 80 anni demente. L’ippocampo, la sede della memoria, si atrofizza. Per fortuna oggi sappiamo che il tessuto nervoso può rigenerarsi».
Quindi ci si può curare?
«Sì, ma bisogna affidarsi ad un esperto. Ma chi rimugina ha una personalità rigida, gli psicanalisti la chiamano ferita narcisistica. Il paziente si chiede: perché proprio a me?»
Cosa pensa della legge sulla legittima difesa?
«L’autodifesa non è una soluzione. Ma la legge approvata è buona, introduce il concetto di “turbamento psichico” in presenza del quale la difesa si fa legittima; e affida allo psichiatra il compito di riconoscerlo. Per farlo bisogna tener conto di numerosi fattori, tra cui la storia di aggressioni precedenti. Possono aver generato uno stato latente di iperattivazione. Sono persone sul filo del rasoio, che sobbalzano al minimo stimolo, talvolta soggette ad esplosioni di rabbia, a disturbi della concentrazione e ipervigilanza. E trovarsi nuovamente in situazioni critiche può far scattare una ri-esperienza dell’evento passato in grado di far perdere il controllo, una specia di cortocircuito».
Mario Neri
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