Sicurezza
Chiude il gioielliere di Pisa che uccise un rapinatore
L'abisso dopo il clic del grilletto
PISA. Suo malgrado, Daniele Ferretti diventò subito un vessillo per la curva dei giustizieri fai-da-te, un hashtag da twittare e retwittare per i politici da saloon che vorrebbero trasformare l’Italia in un’armeria in nome di un concetto di legittima difesa che sembra esondare nella privatizzazione della pena di morte. Il gioielliere pisano a giugno si è ritrovato in negozio tre rapinatori. Uno aggredì la moglie. Lui rispose al fuoco e lo uccise. S’era procurato pistola e porto d’armi dopo aver sopportato troppe aggressioni.
Ma uccidere, seppure un bandito, non è mai un atto di giustizia, ma un’atroce disgrazia. «Niente è più come prima», dice oggi il gioielliere annunciando di voler chiudere il negozio. Lo sparo di Ferretti dovrebbe scuoterci dalla nostra pigrizia, farci uscire dagli spazi recintati dei social in cui ci beiamo di sentir rimbalzare opinioni e pregiudizi utili solo a rassicurare le nostre convinzioni.
Gabbie dove nulla possa incrinare o spezzare il nostro autoinganno. Perché di questo si parla: invece di trattare questi casi con umana pietà, l’Italia si divide in tifoserie, “amici del ladro” o “amici del giustiziere” per cui la corsa alle armi è la soluzione ai problemi di sicurezza. Il gioielliere pisano oggi, sì, è un esempio per tutti: sparare renderebbe anche noi come lui più insicuri, fragili, precari; ci convinceremmo (questa volta a ragione) che fra un tweet e il clic di un grilletto può aprirsi un abisso di dolore.
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