La protesta
Feto ritrovato nei rifiuti, madre accusata di omicidio
Indagine chiusa, contestato alla donna anche l’occultamento di cadavere. Alla polizia disse: «Ho già due figli, non ce la farei a mantenere anche questo»
VECCHIANO. Nessuno aborto spontaneo e neanche decesso naturale. Quel feto di sei mesi fece appena in tempo a respirare. Poi fu lasciato morire. Passò dal grembo della mamma a un sacco nero dell’immondizia. In attesa di finire in un cassonetto della spazzatura.
Se non ci fosse stata un’emorragia a mettere in pericolo la vita della mamma, costretta a ricorrere alle cure del pronto soccorso, quel corpicino si sarebbe mescolato ai rifiuti. E di lui nessuno avrebbe saputo più nulla. Il destino per una volta ha scritto un’altra storia.
Quella di una mamma che ora rischia un processo per omicidio volontario e occultamento di cadavere. L’inchiesta della Procura sulla 23enne, marocchina, è conclusa con la firma dell’avviso di chiusura delle indagini da parte del magistrato Sisto Restuccia. Un atto che anticipa la richiesta di rinvio a giudizio. Inizialmente era stato indagato, in concorso, anche il compagno della donna, un connazionale di 25 anni con il quale aveva già avuto due figli.
Le indagini e il racconto autoaccusatorio della giovane maghrebina hanno, però, escluso eventuali responsabilità del padre del bimbo nella contestazione che adesso viene mossa solo alla giovane. Il dramma ebbe come scenario un modesto appartamento di Migliarino dove la coppia viveva con la mamma di lei e i due figli. Una quotidianità ai margini quella dei genitori del nascituro poi finito in un sacco.
Campavano grazie all’aiuto della madre della giovane che, dopo quell’episodio, non ha più voluto avere a che fare con la figlia e l’ha allontanata di casa. E anche la relazione con il padre dei due fratelli di due e tre anni mezzo non è più stabile come un tempo. Un’esistenza che perde pezzi quella della 23enne che aveva visto nel figlio sgradito un aggravio di spese alla sua già misera condizione economica.
Erano le quattro del mattina dell’11 agosto 2016 quando la madre fisico gracile, in cucina, venne soccorsa dal personale inviato dal 118. Sul pavimento ampie chiazze di sangue. Immediato il trasferimento nella clinica ostetrica del Santa Chiara. L’emorragia venne fermata, ma i dubbi crescevano. Che fine aveva fatto il feto? La donna confessò l’aborto e anche di aver nascosto il piccino in un sacchetto della spazzatura. Un racconto che dal letto di ospedale passò direttamente agli uffici della questura. Gli agenti della squadra mobile trovarono il feto verso le 9 sul terrazzo dell’abitazione. L’autopsia confermò che aveva respirato. Non era nato morto e il cuoricino non si era fermato per patologie particolari. Aveva sei mesi di vita e non quattro come aveva riferito la mamma agli investigatori.
Una storia di miseria e di bugie con la prospettiva per la protagonista di un processo per omicidio volontario e occultamento di cadavere.«Non avrei saputo come mantenerlo» fu la giustificazione della donna per spiegare la decisione di liberarsi del terzo figlio.
In casa gli investigatori scoprirono farmaci usati per provocare aborti. Un altro indizio in un contesto già abbastanza ricco di spunti per scrivere l’ultimo capitolo di una vicenda di marginalità vissuta senza speranze apparenti. E dove persino un figlio diventa un costo da non poter sostenere.
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