Il Tirreno

Pisa

«Voglio l’assegno o ti brucio il magazzino»

di Pietro Barghigiani
«Voglio l’assegno o ti brucio il magazzino»

Processo per usura, in aula imprenditore racconta le minacce subite da uno degli imputati. «Mi disse: “So che hai due figlie”»

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PISA. «Entro cinque giorni voglio l’assegno, altrimenti vengo e ti brucio il magazzino».

Seduto davanti al collegio del Tribunale, il teste ricorda le parole che uno degli imputati nel processo per usura pronunciò nel 2010 all’esterno della sua azienda nel Valdarno. È stato uno dei passaggi chiave di un dibattimento che dura da oltre tre anni e mezzo. A rispondere alle domande del pm, Miriam Pamela Romano, è la parte civile, un piccolo imprenditore dell’impiantistica.

Risale all’agosto 2010 il prologo della vicenda con una serie di arresti da parte della Guardia di finanza. L’ipotesi dell’accusa era che al centro del business di un night club di Crespina ci fossero non solo ragazze discinte e bische clandestine, ma anche un’attività di prestito a tassi usurari. A insospettire la finanza, un monitoraggio sul patrimonio di padre e figlia. Lui, pensionato, dichiarava poco più di 5mila euro all’anno. E lei appena 780 euro. «Eppure possedevano case e auto di grossa cilindrata» rimarcarono i finanzieri all’epoca degli arresti.

Sotto processo ci sono Mauro Passetti, 83 anni, all’epoca dei fatti presidente del Cuba Libre, un night club mascherato da circolo culturale, accusato di usura e riciclaggio, difeso dall’avvocato Letizia Giovannetti; la figlia, Antonella 58 anni, di Calcinaia, solo riciclaggio, assistita dall’avvocato Alessandro Zarra; Alessandro Annoni, 64 anni, di Pisa, gestore di night, estorsione e usura, difeso dall’avvocato Sara Baldini.

È un artigiano quello che ieri mattina ha raccontato alla corte (presidente Salutini, a latere Grieco e Fabbricatore) ciò che aveva messo a verbale con la Guardia di finanza. «Preciso che non mi hanno mai usato violenza – ha sottolineato il teste –. Ma le minacce, quelle sì. Ci sono state, soprattutto da parte di Annoni».

La storia dell’imprenditore è la fotocopia di tante altre. Esistenze travolte dalla crisi. Spesso fatali. Lui, però, è andato avanti, nonostante i no delle banche e i protesti. Ora continua con la sua attività. «Sì, ho proseguito con il lavoro, ho aperto un’altra azienda» ha confidato in aula.

Alla domanda sulla quantificazione dei prestiti ottenuti da Mauro Passetti e Alessandro Annoni e su quanto ha poi restituito, il teste ha risposto che per «Passetti il capitale iniziale era sui 20mila euro e gliene ho dati 70mila. Mentre per Annoni erano circa 30mila e alla fine gliene ho consegnati intorno ai 90mila. Quando non potevo pagare facevo un altro assegno comprensivo di interessi».

Si era rivolto ai due imputati attraverso una conoscenza comune. I rapporti sarebbero andati avanti per qualche anno. «Nel 2006 Annoni, arrivato con un’altra persona, mi minacciò – ha raccontato l’imprenditore –. Sempre a livello verbale, mai fisicamente. Con lui ho chiuso nel 2009. Dai conti fatti da me ho saldato tutti i debiti sia con Passetti che con Annoni. Per loro, forse, non è così».

L’imprenditore, protestato e impossibilitato a lavorare a credito, ha riferito che, grazie a Passetti, riuscì a farsi aprire un conto corrente in una banca di credito cooperativo. «Mi anticipavano le fatture di una grossa impresa di Pisa per cui lavoravo, la Rota Costruzioni – ha ricordato –. Il conto su cui versavo poi i soldi per restituire il prestito era intestato alla figlia di Passetti, Antonella. Mauro Passetti non mi ha mai minacciato. Solo le telefonate erano tantissime, ma per ricordarmi che dovevo saldare i debiti. “Sei una tortura come una goccia cinese” gli dicevo. Con Annoni cercavo un confronto, andavo a casa sua a Pisanova per parlare. Quando, però, un giorno mi disse “So che hai due figlie”, presi paura e da quel momento cambiai atteggiamento. Tanto più che avevo restituito tutto». La parte civile è rappresentata dall’avvocato Francesco Virgone.

A rispondere alle domande del pm è stata anche l’imputata Passetti, accusata di riciclaggio.

«Non sapevo niente dell’uso che veniva fatto di quel conto corrente – ha spiegato alla collegio del Tribunale –. Lo aveva aperto perché me lo aveva chiesto mio padre. Mi sono fidata di lui, in buona fede».

Prossima udienza a marzo con i testi della difesa.

©RIPRODUZIONE RISERVATA



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