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Pisa

Uccise il marito malato ma era incapace d’intendere

Uccise il marito malato ma era incapace d’intendere

Non luogo a procedere per Maria Gabriella Mennucci: vizio totale di mente L’omicidio concordato con il coniuge, poi lei cercò di suicidarsi senza riuscirci

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PISA. Avevano deciso insieme quell’omicidio-suicidio riuscito solo a metà. Lui, malato grave, chiese alla moglie di farla finita. Lei obbedì eseguendo quel patto concordato la sera prima. Ma quando arrivò il momento di togliersi la vita l’istinto di sopravvivenza prevalse sulla volontà di uccidersi. Si salvò lasciando il marito morto nel letto matrimoniale.

Quella donna per la legge non è colpevole. Il giudice per l’udienza preliminare Giulio Cesare Cipolletta ha emesso una sentenza di non luogo a procedere per totale vizio di mente al momento del fatto. Maria Gabriella Mennucci, 73 anni, è stata dichiarata anche non socialmente pericolosa. Nessuna misura cautelare è stata disposta nei suoi confronti. Così come non venne adottata il 15 aprile 2016 quando in un appartamento al quarto piano in via Raffaello Sanzio al Cep fu trovato il corpo senza vita il corpo di Giancarlo Tolomei, 77 anni. È stata la stessa Procura, pm in aula Giovanni Porpora, a chiedere il non luogo a procedere per la pensionata, assistita dall’avvocato Donatella Siciliano. La donna ammise quasi subito il delitto, maturato nell'ambito di un accordo tra marito e moglie. Lui, gravemente malato di Parkinson. Lei, decisa a porre fine allo strazio di una malattia invalidante e progressiva. Una perizia della psichiatra Antonella Armani aveva certificato l'incapacità dell'omicida di intendere e volere al momento del fatto. Maria Gabriella dopo aver soffocato il compagno di una vita aveva tentato di uccidersi, prima tagliandosi le vene, poi cercando di gettarsi dal terrazzo.

Agli investigatori chiarì contesto e azioni: «Sì, sono stata io. Ho ucciso Giancarlo soffocandolo con un cuscino dopo avergli dato un sonnifero. Lo abbiamo deciso insieme. La sua malattia, sempre più grave, e il pensiero di non poter vivere senza di lui, mi hanno portata a questa scelta». Prima aveva sedato il marito, steso sul letto, poi con un cuscino lo aveva soffocato. Quindi aveva cercato di tagliarsi i polsi con un coltello. Non riuscendoci aveva cercato di buttarsi dal balcone. Le tracce di sangue trovate sul terrazzo furono un campanello d'allarme per i vicini che riuscirono a chiamare i soccorsi in tempo utile per evitare che anche la donna raggiungesse il marito per un epilogo reciproco condiviso. Il consulto con il neurologo la sera precedente il delitto sarebbe stato la molla capace di far scattare il piano. Un azzeramento della mente a causa della malattia il cui unico rimedio avrebbe dovuto essere un omicidio-suicidio. Un delitto commesso in un momento di blackout che per la legge equivale all’assenza di responsabilità. E, al di fuori del codice penale, a un pegno d’amore da non giudicare.

Pietro Barghigiani

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