Sicurezza
Riapre il bar sequestrato per riciclaggio
L’acquisto con soldi ritenuti provento di spaccio. Ora la precedente proprietaria torna al bancone
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PISA. Aveva venduto il bar a una coppia. Il locale tirato su nel quartiere dove è nata e cresciuta, in cui tutti la conoscono e si fidano di lei. Ma quella che, tecnicamente era stata inquadrata come cessione di ramo d’azienda, si è rivelata essere un boomerang. Il bar è stato sequestrato dalla magistratura, perché, secondo la polizia, sarebbe stato comprato coi soldi del traffico di droga. A Veronica Poli non è rimasto altro che riprendersi l’attività, visto che aveva mantenuto una quota di proprietà dei locali. E ora, dopo un lungo periodo di grosse difficoltà, alza di nuovo la saracinesca per quella che può essere tranquillamente definita “la terza vita” del bar nel quartiere San Giusto.
Anche perché tre sono i nomi che si sono susseguiti nell’insegna. Quando Veronica lo gestiva insieme al marito Roberto, si chiamava Roveths, dalle iniziali della coppia, insieme a quella del figlio Thomas. Poi è diventato Caffetteria Bujar dall’ottobre del 2016 al marzo di quest’anno. Pochi mesi per una fine ingloriosa con le perquisizioni della polizia e i sigilli dell’antimafia alle vetrate per far sapere a tutti che quel locale era stato sequestrato per un motivo piuttosto rilevante.
«Una scena bruttissima – racconta Poli alla vigilia della riapertura di quello che da oggi si chiama bar L’Incontro – perché un locale, specialmente in un quartiere particolare come San Giusto, si basa sulla clientela consolidata. E, fatalmente, ora dobbiamo pensare a ricostruire la fiducia nelle persone che abitualmente venivano da noi, prima di andare in altri esercizi».
Non è stato facile per Veronica Poli affrontare quest’ultimo periodo. Non ne parla in maniera esplicita, ma quando si ha a che fare con situazioni del genere, con malavitosi che s’incrociano per motivi economici, i rapporti con questi ultimi sono estremamente problematici. «Non ne voglio parlare – aggiunge – piuttosto voglio ringraziare la squadra mobile di Livorno, la direzione antimafia di Firenze e Gastone Gualtierotti, l’amministratore giudiziario che ha lavorato assiduamente per farmi riaprire il bar».
Ma non è stato semplice affrontare la trafila burocratica per arrivare a una giornata speciale come quella di oggi, in cui dalle 6.30 le luci torneranno ad accendersi e il profumo di caffè a invadere l’aria in via Sant’Agostino. «Finalmente ci siamo – sottolinea ancora –. Ma la paura più grande che ho adesso è non riuscire a riconquistare la fiducia della mia gente che, prima della cessione, veniva ogni giorno. Abitanti del quartiere, essenzialmente, ma anche operai di cantieri vicini e persone che frequentano la scuola. Speriamo che anche il nuovo nome porti fortuna. L’ho scelto, perché in molti mi dicevano che s’incontravano al mio bar. E ho voluto riproporre il concetto perché sia davvero un punto di ritrovo per San Giusto».
In tanti fanno il tifo per la commerciante, che sarà affiancata dal figlio, capace di rialzare la testa dopo un colpo difficile da incassare. Si riprende il suo bar dopo un anno esatto, ma a pochi mesi dallo choc per la scoperta di averlo venduto a una coppia risultata essere implicata in una gang italo-albanese dedita allo spaccio di droga ad alti livelli. E che, da Livorno dove gli investigatori scoprirono una raffineria e un deposito di eroina e cocaina, rifornivano “le piazze” di mezza Toscana. Tra cui la stazione di Pisa, Massa, Carrara, Prato, ma anche Parma.
Andreas Quirici
©RIPRODUZIONE RISERVATA.
Anche perché tre sono i nomi che si sono susseguiti nell’insegna. Quando Veronica lo gestiva insieme al marito Roberto, si chiamava Roveths, dalle iniziali della coppia, insieme a quella del figlio Thomas. Poi è diventato Caffetteria Bujar dall’ottobre del 2016 al marzo di quest’anno. Pochi mesi per una fine ingloriosa con le perquisizioni della polizia e i sigilli dell’antimafia alle vetrate per far sapere a tutti che quel locale era stato sequestrato per un motivo piuttosto rilevante.
«Una scena bruttissima – racconta Poli alla vigilia della riapertura di quello che da oggi si chiama bar L’Incontro – perché un locale, specialmente in un quartiere particolare come San Giusto, si basa sulla clientela consolidata. E, fatalmente, ora dobbiamo pensare a ricostruire la fiducia nelle persone che abitualmente venivano da noi, prima di andare in altri esercizi».
Non è stato facile per Veronica Poli affrontare quest’ultimo periodo. Non ne parla in maniera esplicita, ma quando si ha a che fare con situazioni del genere, con malavitosi che s’incrociano per motivi economici, i rapporti con questi ultimi sono estremamente problematici. «Non ne voglio parlare – aggiunge – piuttosto voglio ringraziare la squadra mobile di Livorno, la direzione antimafia di Firenze e Gastone Gualtierotti, l’amministratore giudiziario che ha lavorato assiduamente per farmi riaprire il bar».
Ma non è stato semplice affrontare la trafila burocratica per arrivare a una giornata speciale come quella di oggi, in cui dalle 6.30 le luci torneranno ad accendersi e il profumo di caffè a invadere l’aria in via Sant’Agostino. «Finalmente ci siamo – sottolinea ancora –. Ma la paura più grande che ho adesso è non riuscire a riconquistare la fiducia della mia gente che, prima della cessione, veniva ogni giorno. Abitanti del quartiere, essenzialmente, ma anche operai di cantieri vicini e persone che frequentano la scuola. Speriamo che anche il nuovo nome porti fortuna. L’ho scelto, perché in molti mi dicevano che s’incontravano al mio bar. E ho voluto riproporre il concetto perché sia davvero un punto di ritrovo per San Giusto».
In tanti fanno il tifo per la commerciante, che sarà affiancata dal figlio, capace di rialzare la testa dopo un colpo difficile da incassare. Si riprende il suo bar dopo un anno esatto, ma a pochi mesi dallo choc per la scoperta di averlo venduto a una coppia risultata essere implicata in una gang italo-albanese dedita allo spaccio di droga ad alti livelli. E che, da Livorno dove gli investigatori scoprirono una raffineria e un deposito di eroina e cocaina, rifornivano “le piazze” di mezza Toscana. Tra cui la stazione di Pisa, Massa, Carrara, Prato, ma anche Parma.
Andreas Quirici
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