Il Tirreno

Pisa

Intercettati per terrorismo ma il business era la droga

di Pietro Barghigiani

Coinvolti nell’indagine su Bilel, spacciavano chili di hashish

3 MINUTI DI LETTURA





PISA. Li sospettavano di fare proseliti per l’Isis. Presenze monocellulari, mimetizzate nella popolazione giovanile che affolla la movida pisana, potenzialmente capaci di diffondere il virus del terrorismo in città.

Le intercettazioni svelarono ben altri contesti in cui si muovevano i tre tunisini in età universitaria, un paio dei quali iscritti a Torino, finiti sotto la lente dei carabinieri del Ros del capoluogo piemontese.

Altro che guerra all’Occidente e agli infedeli. L’attività principale del terzetto era quella di alimentare il mercato della droga con epicentro in piazza delle Vettovaglie.

Decine gli episodi contestati ai tre (diversi chili spacciati) che alla fine del 2016 vennero arrestati. Non per terrorismo, ma per spaccio. Il business, quello degli stupefacenti, che non è proprio la mission della jihad.

Ieri mattina davanti al gup Giulio Cesare Cipolletta (pm Paola Rizzo) tutti e tre, difesi dagli avvocati Sara Baldini e Gabriele Dell’Unto, hanno patteggiato una pena di 3 anni e 7 mesi. Si tratta di Mejri Bilel, Afli Naafa e Ben Saad Marwen.

Presenti in aula, ma ancora agli arresti domiciliari dopo il provvedimento eseguito meno di un anno fa. I legali hanno chiesto la revoca della misura cautelare. Il giudice si è riservato.

Il dispiegamento di mezzi e risorse degli investigatori fu impostato ai livelli di massima allerta.

A Torino avevano aperto l’inchiesta “Taliban” sul contrasto al fenomeno dei cosiddetti foreign fighters e lupi solitari. Un’indagine che aveva portato occhi e orecchie degli investigatori a Pisa dove i tre vivevano in modo stabile. Un controllo telematico sulle incursioni online dei soggetti monitorati per le loro simpatie pro Isis.

In quella rete era finito Bilel Chiahoui, tunisino di 27 anni, domiciliato in una casa in via Livornese a Pisa. Lo bloccarono quando scrisse su Facebook che voleva farsi martire a Pisa. Era al Biscottino, nel Cascinese, di sera in una zona conosciuta per lo spaccio. Quando aveva postato quella frase di notte il Ros fece scattare l’allarme che si concluse dopo un giorno di ricerche. Era l’agosto 2016. Espulso dall’Italia e rimandato nel suo Paese, Bilel diventò una pratica archiviata. Poco dopo furono fermati anche Afli Naafa e Mejri Bilel, assidui sull’asse Torino-Pisa.

Nella città della mole i due si erano anche iscritti all’università. Per gli investigatori era una tecnica per passare inosservati e coprire i giri portati in superficie nel corso delle indagini. Di fatto entrambi, secondo le ipotesi del Ros, sarebbero stati bloccati dopo un alert giunto direttamente dall’intelligence dell’antiterrorismo. Da ordinari frequentatori delle piazze dello spaccio, il loro profilo avrebbe compiuto in quei mesi estivi un salto di qualità fino a farli ritenere potenziali “lupi solitari”, cellule fin finora rimaste dormienti della rete di giovani a rischio radicalizzazione costruita da Bilel Chihaoui. Che fossero dei potenziali martiri del Califfato non è stato accertato.

Tutte quelle informazioni, però, ottenute nel corso dell’indagine con intercettazioni telefoniche e ambientali risultarono utili per un altro filone d’indagine che aveva puntato su Pisa. Quello della droga. Hashish, soprattutto. Spacciato nei vicoli del centro con base in piazza delle Vettovaglie. Decine gli episodi contestati per ciascun imputato. Da presunti terroristi a pusher certificati.

©RIPRODUZIONE RISERVATA



Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Il dolore

San Giuliano Terme, è morto Tiziano Taccola: storico dirigente socialista

di Redazione Pisa