Il Tirreno

Pisa

La rabbia, il sudore e i danni incalcolabili

di Mario Neri
La rabbia, il sudore e i danni incalcolabili

La furia dei residenti a Marina: «Tombini ostruiti, non solo colpa di pioggia eccezionale» E a Porta a Lucca c’è chi accusa i tecnici del Comune: «Le idrovore azionate in ritardo»

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PISA. Le reti, i materassi, i mobili, i divani, le sedie, il servito di posate e bicchieri mai usato dai tempi del matrimonio, i ricordi stesi al sole. Cinquantotto anni in questo appartamento improvvisamente messi ad asciugare, con la fatica che gocciola insieme alla rabbia spesa per ore e ore al buio senza neppure sapere se saranno servite a salvare qualcosa. «Ho perso tutto», si guarda intorno, piangendo, ferma nel suo ex salotto Maria Cristina Luperini. In via dell’Ordine di Santo Stefano a Marina sabato notte le paratie per paradosso potevano perfino trasformarsi in una ghigliottina. «Stavano facendo da tappo». L’acqua è arrivata da dentro, come in una specie di film dell’orrore, sbucata dal camino, penetrata dal muro esterno.

«Un fiotto. Potente. In pochi secondi i cuscini galleggiavano a oltre un metro di altezza. Ho urlato a tutti di uscire - racconta il genero, Luigi Corsale, casertano trapiantato a Pisa, professione parà - Temevo che la spinta del fango potesse travolgere la parete. Aveva già cambiato colore. Siamo la conseguenza di una conseguenza. Il nubifragio ha riempito il cortile di un villino in via Vecchiani, la perpendicolare a questa strada. Da lì la mota è tracimata nel parcheggio dei vicini e poi il bocchettone dell’aria l’ha spruzzata qui. Ecco come è andata». «È la casa delle vacanze. I miei l’avevano ristrutturata sei mesi fa. Noi qui l’altra notte? No, eravamo già tornati a Firenze. Mi ha avvertito ieri il vicino. “Vieni perché è tutto sott’acqua, il tuo giardino una piscina”» racconta Manuel Milanesi. «I garage si sono riempiti in poche ore. Una macchina, un motorino e una moto, migliaia di euro annegate in una notte» scuote la testa Andrea Romboli.

Tre cortili, tre scatti come tanti di una notte di tempesta e temporale che nessuno a Marina ricorda di aver mai visto così violenti. «Vivo qui da quindici anni, ho speso 1.200 euro per far costruire paratie su misura. L’acqua ha superato anche quelle. Sa qual è la cosa che più mi fa arrabbiare? Che ne cada poca o tanta qui finiamo sempre sommersi. Sembra non esserci scampo», dice Fiorella Del Bravo, maestra elementare. Strade come fiumi, piazze diventate porti di mare, Porta a Lucca un reticolo di torrenti fra i palazzi e le ville rimasti senza luce. «Stiamo ancora contando i danni - dice il direttore della Conad - Ma si tratta di molte migliaia di euro». Scantinati e garage sommersi a Pratale e Don Bosco. In Corso Italia il cartello con cui l’Oviesse ha annunciato la chiusura ai clienti sembra quasi un monito alle autorità: «Chiusi per allagamento». I blackout sono andati avanti per 36 ore, in due giorni i vigili del fuoco hanno eseguito circa 400 interventi. «C’è un anziano allettato in via Abba che, senza corrente, non riesce a alzare e abbassare il letto», lanciano l’allarme i residenti. Alla Locanda dei Pisani doc in via Toselli hanno dovuto buttare gli alimenti comprati sabato e ancora ieri sono stati costretti a non lavorare.

Così ti accorgi che puoi traslocare casa o negozio al sole per sottrarli agli effetti delle onde urbane, ma c’è sempre un momento dopo un’alluvione a Pisa (è un’alluvione questa, senza esondazioni o fiumi diventati tsunami?) in cui la rabbia e la fatica lasciano il passo a un senso di frustrazione ormai diventato una pillola amara con cui dover fare i conti, qualunque sia il quartiere in cui si sia scelto di vivere. Una periodica metamorfosi lagunare per questa città sembra un destino ineludibile. È tornata Pisezia, insomma, e non sarà l’ultima volta. A luglio 2016, annunciando i lavori che avrebbero rimosso il tappo che ostruiva il flusso verso i fossi e il mare, il vicesindaco Paolo Ghezzi fu chiaro: «Se dovesse piovere ancora come ad agosto 2015, neppure gli Scoli puliti ci salverebbero». «Evento eccezionale», «catastrofe»: quelle definizioni si sono rincorse allora e si rincorrono oggi, e sono emblematiche dell’arrendevolezza con cui si affronti il rapporto fra governo e salvaguardia del territorio, fra reali capacità delle tecniche di difesa dal cambiamento climatico e politiche di difesa del suolo, in un binomio dialettico che potrebbe essere riassunto con la dicotomia fra natura e cultura, dove la prima sembra aver riconquistato un primato indiscutibile. In realtà i marinesi e i commercianti di via XXIV Maggio a Porta a Lucca sono convinti che chi ancora è impegnato nel day after del nubifragio lo debba soprattutto a un tic pavloviano, che quelle definizioni siano riflessi condizionati di una resa manifestata per opportunismo o per omissione. «I tombini, nessuno pulisce più i tombini!», dice Cecilia Salvadori a Marina. «Non so se sia davvero così, ma nel quartiere tutti pensano che abbiano azionato le idrovore in ritardo», dice Emiliano Andreotti, titolare della cartoleria La Scolastica a Porta a Lucca indicando pile di libri di testo pronti per essere consegnati agli studenti ora diventati carta pesta sul marciapiede vicino a una decina di sacchi neri colmi di medicine che la Farmacia comunale dovrà mandare al macero. Di una cosa si è certi: «le catastrofi» non sono più «eccezionali» dato che si ripetono con costanza statistica. E finché quella definizione risulterà solo un tic per minimizzare, potremmo anche accettare che “Filippeschi comunica cose”, il profilo Facebook costruito come una parodia del sindaco, suggerisca ai suddity di assaggiare al ristorante Cisanhell la specialità del giorno, i «tombiny rimpieny», ma se la mutazione lagunare dovesse sorprenderci così come successo a Livorno, con morte e disperazione, allora le «catastrofi» di Pisezia non saranno più un amaro tic per esorcizzare il peggio, ma solo una nera profezia.

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