Il Tirreno

Pisa

Rapito il papero Osvaldo, la mascotte del quartiere

Pietro Barghigiani
Il papero Osvaldo sull'argine dell'Arno al ponte dell'Impero
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Il papero Osvaldo sull'argine dell'Arno al ponte dell'Impero

Con il delfino poi sparito era l’attrazione nella zona del ponte dell’Impero. Una donna vista con l’esemplare in borsa: «Stasera si mangia bene»

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PISA. Lui si fidava degli esseri umani. Non lo sapeva ancora, ma si sbagliava. Perché non tutti sono uguali. C’era chi lo aveva adottato eleggendolo a mascotte del quartiere e gli dava da mangiare con la regolarità di un familiare. E c’è chi lo ha tolto dal suo habitat non si sa per quali fini. O meglio un’opzione possibile l’ha sentita la bimba che ha avuto la sfortuna di assistere al ratto del papero Osvaldo. «Stasera si mangia bene», ha carpito la piccola, 8 anni, da un colloquio fugace tra le persone che giù in strada stavano allontanandosi prima di essere fermate dal nonno della bimba, Roberto Ceccarelli.

Osvaldo da quasi due anni aveva deciso di stabilirsi sul lungarno San Giovanni al Gatano. Gli incroci del destino gli avevano portato anche un “convivente” sulla scena della sua esistenza: il delfino che dalla fine del dicembre scorso è rimasto in Arno per mesi a pochi decine di metri dal ponte dell’Impero. L’attrazione era il tursiope, ma Osvaldo non gli era da meno.

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«Il quartiere lo aveva adottato» racconta Sergio Brondi, uno dei residenti del palazzo di cui il papero era inquilino onorario. Ceccarelli ha assistito al rapimento. «Erano da poco passate le 8 quando ho visto in strada una signora mora con la coda di cavallo e due ragazzini sui 12-13 anni – spiega –. Il più grande vestiva dei pantaloni rossi. Alle 7 ero già pronto a dare da mangiare a Osvaldo. Il pomeriggio se ne occupava un’altra signora del palazzo. Ma stamani (2 settembre, ndr) il papero presagiva qualcosa. Non è venuto come le altre mattine a farmi festa. Anzi, si grattava a non finire, non pensando minimamente a quello che gli poteva accadere. Erano circa le 8,15 quando ho notato nella grossa borsa della signora la testa del papero accarezzata da questa donna. Mi sono affacciato al terrazzo e le ho detto di lasciarlo stare e rimetterlo a terra. A quel punto con accento straniero mi ha chiesto se era mio. Le ho risposto di sì e che era stato adottato dal palazzo. Allora sempre con accento straniero, mi ha detto: “Vieni giù a prenderlo”. Ho “abboccato” perché le ho dato il vantaggio del tempo. Mentre scendevo le scale è fuggita su una macchina di piccola cilindrata grigio metallizzata. La nipotina Giorgia ha assistito alla scena. «Prima il rapimento, poi quando ha sentito la frase “stasera si mangia bene” si è messa a piangere – sospira il nonno –. Osvaldo era come un figlio. Era davvero uno di famiglia, accudito un po’ da tutti».

Aggiunge Brondi: «Quando aveva fame andava sotto le finestre. Non aveva paura degli esseri umani perché finora vedendoci sapeva che avrebbe avuto solo affetto e cibo. Nella Barabotti è la bisnonna di Giorgia: «Eravamo tutti affezionati a Osvaldo. La bimba è disperata. Quello che hanno fatto è davvero spregevole».

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