Il Tirreno

Pisa

soldi e tribunali

Falso quel credito milionario, condannato imprenditore

Pietro Barghigiani
La causa tra imprenditore e banca è andata avanti per quasi 20 anni
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La causa tra imprenditore e banca è andata avanti per quasi 20 anni

Pretendeva 15 miliardi di lire (oggi circa 9 milioni di euro) dalla CariVolterra. Correva l’anno 1997. Il tutto sulla base di un telegramma dichiarato fasullo

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PISA. Un credito milionario tanto sostanzioso nei numeri quanto gracile nei riscontri. Un foglio di carta. Un telegramma, alla base delle pretese a sei zeri, dichiarato falso, denunce e condanne per tentata truffa aggravata e un duello legale nei Tribunali contro una banca durato vent’anni. L’ultima definitiva parola in questo intricato rimando di decreti ingiuntivi e sentenze l’ha scritta la Cassazione: il documento su cui il presunto creditore vantava le sue richieste di fronte ai giudici era falso. Forte di quel foglio chiedeva all’epoca, siamo nel 1997, 15 miliardi di lire (attualizzati sono circa 9 milioni di euro) alla Cassa di Risparmio di Volterra. Una storia che ora si è chiusa con il no della Suprema Corte all’ennesimo ricorso dell’imprenditore, Enzo De Falco, 56 anni, residente a Navacchio.

Il braccio di ferro con la Carivolterra era nato quando De Falco, tramite la Enibank Spa, sede a Collesalvetti poi fallita nel 2000, aveva chiesto al Tribunale di Livorno l’emissione di un decreto ingiuntivo in favore della società attiva nel recupero crediti, gestione immobili e consulenza finanziaria. Secondo l’imprenditore Enibank era «cessionaria di un credito asseritamente vantato nei confronti dell'istituto di credito da Enzo De Falco, della somma di 15.000.000.000 di lire». Insomma, l’uomo d’affari aveva un credito con la banca e lo aveva ceduto alla società che ne richiedeva il saldo attraverso il ricorso in Tribunale. Una sequenza, per la Cassazione, viziata all’origine. La banca non ci ha pensato un minuto a fare opposizione al decreto ingiuntivo «in quanto il credito era fondato su un telegramma (fonodettato) falso (presunto mittente proprio la banca, ndr) in relazione al quale aveva sporto denuncia nei confronti del De Falco, che era stato rinviato a giudizio dinanzi al Tribunale di Pisa».

Nel 1998 era arrivata la sentenza di condanna per tentata truffa aggravata poi confermata in appello e in Cassazione. De Falco, attivo nella costituzione di società anche all’estero, a Londra in particolare, nel frattempo era incappato in un’altra condanna, a 5 anni confermata fino al terzo grado, stavolta per bancarotta fraudolenta documentale e per distrazione.

A fallire due società, di cui lui era ritenuto l’amministratore, la Ilexvetro Srl e la Enibank Spa, quella della richiesta di 9 milioni di euro alla Carivolterra. In primo grado e in appello la banca aveva sempre vinto. È di questi giorni la conferma dei giudici di legittimità. Nella sua battaglia De Falco aveva fatto leva sulla sentenza civile del 2007 contro Poste Spa (passata in giudicato) con la quale il Tribunale di Firenze aveva dichiarato autentico il telegramma. Ma i giudici hanno ritenuto valido il giudicato penale della falsità dell’atto anche perché nel giudizio civile la banca non era stata coinvolta. Quella del 2007 era una sentenza di accertamento dell'autenticità del telegramma per di più pronunciata nei soli confronti di Poste Italiane Spa, con «palese pretermissione dell'unico soggetto che sarebbe stato legittimato a contraddire in merito alla provenienza del documento, vale a dire la Cassa di Risparmio di Volterra Spa». E il non aver portato altre prove a sostegno dell’esistenza di quel credito non ha giocato a favore dell’imprenditore che, dopo la condanna a livello penale, e le ripetute sconfitte su quello civile, anziché incassare i 9 milioni di euro ora deve versare alla banca 30mila euro di spese di giudizio.

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