La manifestazione
Addio a Giaconi, magistrato corretto e giusto
di PIETRO BARGHIGIANI
Se n’è andato a 61 anni dopo una lunga malattia Da ieri aperta la camera ardente, oggi il funerale
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È successo intorno alle 21 di Ferragosto. Era nella sua abitazione quando se n’è andato per sempre, dopo una lunga malattia, il magistrato pisano Antonio Giaconi. Aveva 61 anni, lascia due figlie, una di 32 e una di 10 anni. Giaconi era stato per quasi vent'anni pm a Livorno, dove era arrivato nel 1991 dalla Sardegna e dove aveva portato avanti le inchieste più importanti, dalla tragedia della Moby Prince, indagine che fece riaprire, a quella sulla Porto Livorno 2000, dal rogo dei bimbi rom a Elbopoli, lo scandalo delle aste truccate che arrivò a coinvolgere il procuratore capo Domenico Galdieri. Nel 2010 il ritorno a casa, nella sua città, con il passaggio dalla Procura di Livorno a quella di Pisa. Dalle 17 di ieri è aperta la camera ardente nella sede della Pubblica Assistenza in via Bargagna, mentre il funerale è in programma oggi alle 16 nella chiesa di Santo Stefano a Porta a Lucca.
di PIETRO BARGHIGIANI
Il rispetto per gli altri, senza distinzioni di ruolo. L’educazione, anzitutto. La delicatezza dei modi era la cifra distintiva del magistrato Antonio Giaconi. Un pisano, in “prestito” a Livorno per quasi venti anni durante i quali si era occupato anche dell’inchiesta bis sulla tragedia della Moby Prince. Poi il ritorno nella sua città dalla quale non se ne era mai andato. Era il 2010. Prima di ritrovarsi a combattere contro il male che lo ha vinto ma non fiaccato nello spirito, aveva presentato domanda per concorrere all’incarico di procuratore capo. Nel 2015 il primo segnale di un destino avverso. E la decisione di mettersi di lato. «Ho rinunciato», mi disse in uno di quei frequenti colloqui in cui la figura del magistrato lasciava il posto alla persona curiosa della vita e della psiche umana. «Con quello che mi è successo non posso dedicarmi alla procura come vorrei», fu la chiosa a una rinuncia pesante.
Il giorno precedente all’udienza del marzo 2015 in cui sostenne l’accusa contro Antonio Logli per il caso Ragusa gli fu diagnosticato un tumore a un rene. La mattina era in aula a fare il suo dovere. Solo in pochi sapevano. L’intervento era riuscito e il pm era tornato al lavoro con un rinnovato entusiasmo. Dopo qualche mese la sorte lo aveva chiamato di nuovo a misurarsi contro la malattia. Nuove cure, vecchi calvari. Negli ultimi tempi aveva diradato le presenze in Tribunale. Lo sostituivano i colleghi, alcuni dei quali gli sono stati vicini con l’affetto di un familiare. Sempre più stanco e debilitato non rinunciava a recarsi nel suo ufficio in Procura, anche sulla sedia a rotelle. Era uno strazio vederlo sempre più consumato. Ma lui non si abbatteva. Quando vedi gente che esce dagli uffici per andare incontro e abbracciare una persona, vuol dire che quella persona è speciale. E Antonio Giaconi lo era. È una scena a cui ho assistito leggendo negli occhi di chi gli era vicino la consapevolezza di un esito ormai segnato con l'impotenza di quanto il destino fosse stato vile nei suoi confronti.
Era un uomo di legge con un'impronta da umanista. Non perseguiva solo l’applicazione del codice penale. Cercava anche di capire i meccanismi umani che erano alla base del comportamento da giudicare. Amante della montagna e delle moto, simboli di libertà e solitudine come ricerca di sé e dei propri limiti da superare, Giaconi fino all’ultimo non aveva perso l’ironia delle persone intelligenti che sanno ridere delle proprie disgrazie. «C’è chi si compra un Rolex, io ho speso gli stessi soldi per queste», mi confidò l’ultimo volta che ci siamo visti mostrandomi una pasticca da prendere ogni giorno del costo di circa 200 euro. Era l’ultima cura. Quella che avrebbe dovuto lasciare spazio a un miracolo. Non era un magistrato che sta sul piedistallo e guarda il mondo dall’alto in basso, Antonio Giaconi. Rispettava il lavoro di tutti, stampa compresa, e da tutti era rispettato e stimato, anche dagli avvocati che la legge colloca nel ruolo di controparte processuale.
La giustizia perde un magistrato corretto e giusto, lontano dai protagonismi che spesso minano la fiducia verso le toghe. Amici e familiari saranno più soli senza una persona alla quale era impossibile non voler bene.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
di PIETRO BARGHIGIANI
Il rispetto per gli altri, senza distinzioni di ruolo. L’educazione, anzitutto. La delicatezza dei modi era la cifra distintiva del magistrato Antonio Giaconi. Un pisano, in “prestito” a Livorno per quasi venti anni durante i quali si era occupato anche dell’inchiesta bis sulla tragedia della Moby Prince. Poi il ritorno nella sua città dalla quale non se ne era mai andato. Era il 2010. Prima di ritrovarsi a combattere contro il male che lo ha vinto ma non fiaccato nello spirito, aveva presentato domanda per concorrere all’incarico di procuratore capo. Nel 2015 il primo segnale di un destino avverso. E la decisione di mettersi di lato. «Ho rinunciato», mi disse in uno di quei frequenti colloqui in cui la figura del magistrato lasciava il posto alla persona curiosa della vita e della psiche umana. «Con quello che mi è successo non posso dedicarmi alla procura come vorrei», fu la chiosa a una rinuncia pesante.
Il giorno precedente all’udienza del marzo 2015 in cui sostenne l’accusa contro Antonio Logli per il caso Ragusa gli fu diagnosticato un tumore a un rene. La mattina era in aula a fare il suo dovere. Solo in pochi sapevano. L’intervento era riuscito e il pm era tornato al lavoro con un rinnovato entusiasmo. Dopo qualche mese la sorte lo aveva chiamato di nuovo a misurarsi contro la malattia. Nuove cure, vecchi calvari. Negli ultimi tempi aveva diradato le presenze in Tribunale. Lo sostituivano i colleghi, alcuni dei quali gli sono stati vicini con l’affetto di un familiare. Sempre più stanco e debilitato non rinunciava a recarsi nel suo ufficio in Procura, anche sulla sedia a rotelle. Era uno strazio vederlo sempre più consumato. Ma lui non si abbatteva. Quando vedi gente che esce dagli uffici per andare incontro e abbracciare una persona, vuol dire che quella persona è speciale. E Antonio Giaconi lo era. È una scena a cui ho assistito leggendo negli occhi di chi gli era vicino la consapevolezza di un esito ormai segnato con l'impotenza di quanto il destino fosse stato vile nei suoi confronti.
Era un uomo di legge con un'impronta da umanista. Non perseguiva solo l’applicazione del codice penale. Cercava anche di capire i meccanismi umani che erano alla base del comportamento da giudicare. Amante della montagna e delle moto, simboli di libertà e solitudine come ricerca di sé e dei propri limiti da superare, Giaconi fino all’ultimo non aveva perso l’ironia delle persone intelligenti che sanno ridere delle proprie disgrazie. «C’è chi si compra un Rolex, io ho speso gli stessi soldi per queste», mi confidò l’ultimo volta che ci siamo visti mostrandomi una pasticca da prendere ogni giorno del costo di circa 200 euro. Era l’ultima cura. Quella che avrebbe dovuto lasciare spazio a un miracolo. Non era un magistrato che sta sul piedistallo e guarda il mondo dall’alto in basso, Antonio Giaconi. Rispettava il lavoro di tutti, stampa compresa, e da tutti era rispettato e stimato, anche dagli avvocati che la legge colloca nel ruolo di controparte processuale.
La giustizia perde un magistrato corretto e giusto, lontano dai protagonismi che spesso minano la fiducia verso le toghe. Amici e familiari saranno più soli senza una persona alla quale era impossibile non voler bene.
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