Il Tirreno

Pisa

l’innovazione a vecchiano 

«Cerchiamo informatici ma a molti manca l’Abc»

di Mario Neri
«Cerchiamo informatici ma a molti manca l’Abc»

PISA. «L’anima di un robot è in un Pc. Non c’è macchina dell’Industria 4.0 che non sia comandata da questo o da un Plc, cioè un controllore logico programmabile, una sua evoluzione. Il nostro compito...

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PISA. «L’anima di un robot è in un Pc. Non c’è macchina dell’Industria 4.0 che non sia comandata da questo o da un Plc, cioè un controllore logico programmabile, una sua evoluzione. Il nostro compito è dotare il robot di istruzioni, di una logica con cui funzionare. È la base del nostro lavoro, dovrebbe essere l’Abc per un laureato in ingegneria dell’automazione o in ingegneria robotica». Invece alla scrivania di un imprenditore versiliese, uno dei soci fondatori di una piccola azienda di automazione di Vecchiano (che per motivi di tutela del segreto industriale ci chiede di rimanere anonima, ndr) cresciuta negli ultimi anni fino a sfondare il muro del milione di euro di fatturato, spesso si siedono giovani a digiuno dell’Abc per questo settore dell’high tech, ragazzi che un Plc non sanno nemmeno cosa sia.

«Insomma, ragazzi senza le competenze necessarie per lavorare da noi. Non sono io a dover dire se un corso di laurea debba prevedere lezioni specifiche su questo o meno, ma per noi quelle conoscenze sono fondamentali». Con 15 dipendenti (ma negli uffici di Migiarino per politica aziendale sono abituati a sentirsi “collaboratori”), questa azienda è una delle 291 imprese high tech pisane cresciute nel territorio grazie alla sua capacità di innovare e di scegliere bene la propria squadra. Quasi tutti informatici, i “cervelli” che lavorano qui fanno sostanzialmente una cosa: programmano o (ri)programmano macchine industriali automatizzate e robot. In sostanza, danno loro un linguaggio e un obiettivo per renderli più efficienti, ridurne gli sprechi produttivi e dunque far guadagnare le aziende che richiedono la loro assistenza tecnica. Fra i maggiori clienti delle imprese ci sono importanti costruttori di macchine e impianti industriali della zona, spesso dotati di sedi all’estero.

Insomma, una piccola realtà ma da tempo sempre a caccia di high skilled profile, cioè lavoratori dotati di alte competenze. Ecco, sebbene l’università di Pisa sia a un passo e ogni anno sforni potenziali candidati, per gli amministratori non è esattamente una passeggiata reclutare nuove leve. «Talvolta non si tratta solo di deficit formativi specifici, sulla materia - ci dicono - ma anche più generali. Alcuni ragazzi mostrano difficoltà perfino a scrivere una lettera in inglese, e talvolta perfino in italiano». Le aziende che si affidano a questa piccola realtà imprenditoriale hanno installazioni in tutto il mondo: Belgio, Canada, Stati Uniti, Cina, Brasile, Turchia, Egitto, Australia, Sudafrica, Russia, Giappone e Corea.

«E una delle condizioni per lavorare con noi è anche questa: passare parte dell’anno in un altro Paese». Accettare può fare la differenza. Un mese in azienda, fra le quattro mura di Migliarino garantisce uno stipendio di base, ma una mensilità all’estero può far lievitare la busta paga considerevolmente, a volte anche del triplo. «Questo grazie a un’indennità di trasferta - dice l’imprenditore - In questo settore non siamo soltanto noi a riconoscerla. Oltre a vitto e alloggio pagati, ti viene riconosciuta una indennità di trasferta. Eppure molti ragazzi rifiutano, recalcitrano. Anche se sono giovanissimi».

La media d’età dei dipendenti è inferiore ai 30 anni. «Credo che spesso non sia solo la qualità degli studi ma la considerazione del lavoro a cui si abituano i giovani generare un cortocircuito fra domanda e offerta. Alcuni danno l’impressione di aver sbagliato strada, di non essere appassionati di ciò per cui hanno studiato e di aver scelto quel percorso solo per comodità, senza che nessuno abbia saputo orientarli verso la loro vocazione. Non è obbligatorio diventare un informatico, bisogna esserci tagliati». Per aziende come questa è di vitale importanza. «Non possiamo permetterci i “bravini”, ci servono i più bravi o persone che diano dimostrazione di poterlo diventare». Per questo qui ogni anno si investono diverse decine di mila di euro in formazione.

«Formare un giovane significa accettare che per sei mesi o un anno una persona non sia redditizia per l’azienda, dunque è un costo ma necessario». Alle aspettative dell’azienda è venuto incontro Garanzia giovani, un progetto varato dalla Regione. «In questo momento abbiamo un neodiplomato che affronterà un stage di 800 ore finanziato con fondi europei. Un’ottima idea per avvicinare imprese e giovani». L’alternativa è sperare che l’università prima o poi si decida a sintonizzarsi col mondo del lavoro.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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