Italia
Case del popolo: "Arci? No party", i circoli orfani di giovani e politica
Sono 109 nei Comuni dell'area pisana, 15.000 i soci ma solo 1.500 i volontari. E perlopiù frequentati da anziani. "Le slot machine? Senza affonderemmo"
PISA. In fondo quei vinili alle pareti sono l’ultima traccia di una storia che non c’è più. In fondo questa stanza all’Alberone, sei sedie vuote in plastica e un tavolino da gioco in finto marmo del Portogallo su cui si staglia la bandiera multicolore simbolo di mondialismo, basterebbe da sola a raccontare gli orizzonti nebbiosi delle Case del popolo. «Vedi quell’ellepi? Sulla copertina c’è Betty Boo, meteora della dance fine anni ’80 inizi ‘90», dice Giovanni. Anche lei, bella, formosa, una specie di Charlie’s angel del pop, come tutto quello che aveva tenuto insieme una galassia politica, un popolo, un mondo intero, «è crollata in un lampo».
«Anche per lei è bastato venisse giù un muro, quello delle ultime inibizioni borghesi, perché ogni speranza si dissolvesse, anche lei ha avuto la sua Bolognina. La differenza è che Betty è stata la prima stella, non indimenticabile, di un genere che ha inaugurato una nuova generazione della musica; quella che vede seduta ai tavoli, con i capelli bianchi e le rughe, invece è l’ultima generazione della comunità che ha tenuto in vita questi posti». Per questo Giovanni, 80 anni, ex operaio della Piaggio, ex operaio Fiat, ex imbianchino, insomma “ex”, è convinto che quella dei circoli Arci sia «la cronaca di una morte annunciata». Perché è come se questi luoghi, via via trasformati in sale da ballo, camuffati da bingo, poi da ristoranti e infine da “baretti” da primo binario con le slot machine, non avessero più nulla dello spirito del tempo. «Né il tempo presente, né il passato remoto». E il motivo, dice Donato mentre schiaffeggia il tavolo con un sette di picche (sono le due del pomeriggio, i tavoli sono una decina ma solo uno occupato), è proprio questo: «Io ci vengo da 35 anni e ho capito: le case del popolo non offrono più nulla ai giovani. Certo, la tombola, le serate col ballo, ma fino a 20 anni fa il sabato sera ci sarebbe stata la fila fuori, ora...».
Nei 13 Comuni dell’area pisana sono 109 i circoli Arci, 38 a Pisa, uno ogni 10km quadrati, uno ogni 1.700 abitanti. I soci in totale 15.000. A guardarla dai numeri, la rete di questi bar o ristoranti un tempo luoghi di svago per operai, lavoratori e impiegati delle periferie, farebbe ancora pensare ad una maglia protettiva. Un po’ forse lo è, ma solo oltre una certa soglia di anzianità. L’età media dei soci è 48 anni, ma spesso si tratta di associati casuali, saltuari, mordi e fuggi, diventati tali per un piatto di tortelli o una bistecca. Il solidarismo libertario che per decenni ha consentito alle Case del popolo di sganciarsi e a volte perfino guidare dal basso le scelte del partito, è finito in una secca. I volontari sono il 10%, circa 1.500, 14 a circolo. «Vede quel platano - dice Giovanni - Io ci sono venuto per la prima volta nel ’53, a 16 anni, la pista da ballo era lì, sullo sterrato. La tessera del Pci non l’ho mai presa. Ma non importava. Era più importante venire qui, ai ragazzi il circolo dava ballo e lavoro». Oggi, invece, “Arci? No party”. Nel senso di partito non di festa. La politica - la sinistra - si è scollegata dal serbatoio naturale della sua base. Perché? Facile: il serbatoio fa acqua da tutte le parti. Così quasi tutti ormai al nome originario hanno sovrapposto un titolo neutro, più spesso esotico. Isola Verde a Pisanova, Globo verde a Ghezzano, Gatto verde a Calcinaia, il verde speranza va un sacco di moda. Quello di Riglione, dirimpettaio della festa Dem, quasi nessuno lo menziona più come “il Matteotti”. Vengono tutti alla Pagoda. Più rassicurante, ombreggiante, rifugio per “anime perse”. Basta ascoltare la gazzarra di opinioni che si alza dal tavolo della briscola alla prima domanda sul partito. Che poi, quale partito? «Il Pd? Io quello di Renzi non lo voto più, è di destra», dice uno. «Io sì, che si deve fare sennò, buttarsi sulle briciole di Mdp?», si fa avanti, timido, un altro. «La sinistra è distrutta», sentenzia un altro.
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«La scissione? Sì ma dalla realtà. Finché ci sono stati i soldi i circoli davano una mano al partito, e il partito restituiva qualcosa. Adesso sono tutti in deficit e i dirigenti sono spariti. Come potrebbero fare davvero da cuscinetti sociali, come potrebbero far uscire le periferie dalle loro sabbie mobili?», si chiede Donato. «Se dovessimo intravedere nella scissione la ragione dei mali dei circoli, dovremmo tornare a quella dell’89 - dice Veronica Fichi, consigliera comunale Mdp e responsabile solidarietà dell’Arci - Alle istituzioni locali non chiediamo favoritismi ma obiettività. L’Alberone, per la sala da ballo, è equiparato nel calcolo della Tari ad una discoteca. Ma dico, una discoteca!». Che poi, raschiando il barile, il vero cuore del problema è facilmente individuabile: «Soldi - dice Emanuela Miniati, titolare della Pagoda - La gente ha molti meno soldi in tasca. Fosse per me le slot machine le eliminerei dalla faccia della terra». L’Arci, ufficialmente, le ha messe al bando. «Attirano persone fragili, provocano dipendenze, patologie sociali», dice Fichi. Spesso, perfino profili borderline, al confine con la criminalità. «Ma sono l’unica vera fonte di guadagno - dice Miniati - e se vuoi sopravvivere con la concorrenza devi lasciarle lì, altrimenti ti fai terra bruciata intorno». E rischi di dover chiudere anche la funzione hospice, l’Arci-Rsa. Addio villa Pagoda. Una via d’uscita la stanno cercando alla Balalaika. Si chiama “Mida”, acronimo di «musica, incontro, divertimento, arte». Ogni fine settimana concerti di giovani band e spettacoli teatrali. E ok, di pomeriggio si va ancora di briscola e tressette, ma di sera, da qualche tempo, i giovani del quartiere e pure quelli di altri pezzi di città, hanno scoperto che a San Marco c’è una casa del popolo.
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