Sicurezza
«La rapina l’ho organizzata io»
di Pietro Barghigiani
Colpo alla gioielleria, Carciati scrive al Tirreno: ho ammesso le mie responsabilità e c’è un innocente in cella
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PISA. Rapinatore sì, infame che tradisce gli amici no. Si dice pronto a pagare quello che la giustizia riterrà equo infliggergli, ma la condanna che vuole evitare è quella di passare per uno che mette nei guai i compari per salvare sé stesso.
Marco Carciati, 43 anni, pisano con un passato difficile a cui non è rimasto estraneo il carcere, dal Don Bosco scrive al Tirreno per chiarire il suo ruolo e quello di un altro sodale nella rapina del 13 giugno scorso alla gioielleria Ferretti in cui rimase ucciso il bandito Simone Bernardi di Aprilia.
Lo fa sottolineando tre punti fermi nella sua dichiarazione scritta in stampatello affidata a due fogli a righe: non ho collaborato con gli inquirenti, ho ammesso le mie responsabilità sostenendo di aver ideato il colpo e in cella c’è un innocente.
Nell’impostazione dell’accusa lui era fuori dal negozio, Gabriele Kiflè armato di pistola che spara due colpi e Bernardi che viene colpito a morte da un proiettile che gli trapassa cuore e polmone.
«Mi sono sempre preso le mie responsabilità specialmente per il passato in carcere – scrive –. Voglio precisare che non ho mai collaborato con le forze dell’ordine o Procure e per me è già abbastanza vergognoso dovermi difendere da questa infamia. Però, mi trovo costretto».
La premessa anticipa il peso che Carciati, in carcere da un paio di settimane, vuole togliersi.
«Anche stavolta mi sono preso le mie responsabilità facendo un’ammissione di colpa senza accusare nessuno – aggiunge –. Ho scagionato un amico (per esclusione Damiano Masi, perché Bernardi è deceduto e Gabriele Kiflè è lo sparatore che si vede nel video, ndr) che non c’entra niente e spero che venga scarcerato il prima possibile. Ho precisato che sono io che ho organizzato la rapina e fatto i sopralluoghi insieme al mio caro amico Simone. Sempre io la domenica notte ho rubato l’auto usata e la pistola è la mia. Se ammettere le proprie responsabilità e scagionare una persona che è estranea ai fatti vuol dire infamare o collaborare siamo alla fine del mondo. Appena avrò la copia delle mie dichiarazioni non esiterò un attimo a renderle pubbliche perché non c’è cosa peggiore che passare per quello che non sei mai stato». L’orgoglio di Carciati non viene scalfito dalla futura condanna. Sa bene che non sarà una pena leggera. I reati contestati al momento ai tre arrestati sono tentato omicidio in concorso, tentata rapinata aggravata sempre in concorso, ricettazione e porto abusivo di armi da sparo. «Voglio solo farmi la mia carcerazione – confida –. Quanto durerà non mi interessa. La sola cosa è che me la possa fare come mi spetta, cioè a testa alta perché così è e così deve essere. Già ho perso un fratello più che un amico (Simone Bernardi, ndr) e, ripeto, passare per quello che non sono mai stato mi fa fortemente incazzare».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Marco Carciati, 43 anni, pisano con un passato difficile a cui non è rimasto estraneo il carcere, dal Don Bosco scrive al Tirreno per chiarire il suo ruolo e quello di un altro sodale nella rapina del 13 giugno scorso alla gioielleria Ferretti in cui rimase ucciso il bandito Simone Bernardi di Aprilia.
Lo fa sottolineando tre punti fermi nella sua dichiarazione scritta in stampatello affidata a due fogli a righe: non ho collaborato con gli inquirenti, ho ammesso le mie responsabilità sostenendo di aver ideato il colpo e in cella c’è un innocente.
Nell’impostazione dell’accusa lui era fuori dal negozio, Gabriele Kiflè armato di pistola che spara due colpi e Bernardi che viene colpito a morte da un proiettile che gli trapassa cuore e polmone.
«Mi sono sempre preso le mie responsabilità specialmente per il passato in carcere – scrive –. Voglio precisare che non ho mai collaborato con le forze dell’ordine o Procure e per me è già abbastanza vergognoso dovermi difendere da questa infamia. Però, mi trovo costretto».
La premessa anticipa il peso che Carciati, in carcere da un paio di settimane, vuole togliersi.
«Anche stavolta mi sono preso le mie responsabilità facendo un’ammissione di colpa senza accusare nessuno – aggiunge –. Ho scagionato un amico (per esclusione Damiano Masi, perché Bernardi è deceduto e Gabriele Kiflè è lo sparatore che si vede nel video, ndr) che non c’entra niente e spero che venga scarcerato il prima possibile. Ho precisato che sono io che ho organizzato la rapina e fatto i sopralluoghi insieme al mio caro amico Simone. Sempre io la domenica notte ho rubato l’auto usata e la pistola è la mia. Se ammettere le proprie responsabilità e scagionare una persona che è estranea ai fatti vuol dire infamare o collaborare siamo alla fine del mondo. Appena avrò la copia delle mie dichiarazioni non esiterò un attimo a renderle pubbliche perché non c’è cosa peggiore che passare per quello che non sei mai stato». L’orgoglio di Carciati non viene scalfito dalla futura condanna. Sa bene che non sarà una pena leggera. I reati contestati al momento ai tre arrestati sono tentato omicidio in concorso, tentata rapinata aggravata sempre in concorso, ricettazione e porto abusivo di armi da sparo. «Voglio solo farmi la mia carcerazione – confida –. Quanto durerà non mi interessa. La sola cosa è che me la possa fare come mi spetta, cioè a testa alta perché così è e così deve essere. Già ho perso un fratello più che un amico (Simone Bernardi, ndr) e, ripeto, passare per quello che non sono mai stato mi fa fortemente incazzare».
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