Il dolore
Prima e dopo il colpo filmati nel circolino
La videosorveglianza ha ripreso i banditi ai Passi il 13 giugno
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PISA. I contatti telefonici con i cellulari che si confermano la nostra anima. E le immagini. Quelle della videosorveglianza. A fare da collante al tutto l’intuito degli investigatori dell’Arma.
Tecnologia e fiuto da segugio sono stati gli ingredienti che hanno permesso di risolvere il caso della rapina alla gioielleria Ferretti. Sono stati il procuratore capo Alessandro Crini con il comandante del reparto operativo, maggiore Giovanni Bartolacci e il responsabile del nucleo investigativo, capitano Sebastiano Pennisi a chiarire gli aspetti ancora sconosciuti dell’inchiesta conclusa con tre arresti disposti da tre gip diversi.
In cella restano a Latina Gabriele Kiflé, 31 anni, di Aprilia, considerato lo sparatore che era nel negozio con Simone Bernardi poi deceduto e si era presentato il lunedì 12 fingendosi un cliente; a Pisa Marco Carciati, 43 anni, di Pisa, considerato il palo; a Velletri Daniele Masi, 39 anni, di Pomezia, presente a Pisa e protagonista di un paio di sopralluoghi esterni con Carciati il giorno precedente l’assalto all’oreficeria. La videosorveglianza del negozio è stata utile per vedere il volto di Kiflè sia dentro che durante la fuga, con quella zoppìa poi tornata utile con i riscontri avuti attraverso le intercettazioni telefoniche con il padre, un ex carabiniere. Utile anche lo scatto fotografico di un residente dal balcone di casa mentre lo sparatore scappava la sera del 13 giugno. Ma l’incastro decisivo sono stati i filmati ottenuti dalle telecamere del circolino ai Passi dove nel pomeriggio del 14 Bernardi, Masi, Kiflè e Carciati sono stati ripresi intorno a un tavolo. Stessa scena verso le 21, con l’assenza di Bernardi colpito dal gioielliere per difendere la moglie. Masi e Kiflè avevano le valigie pronte per tornare ad Aprilia. Il circolino era un luogo frequentato abitualmente da Carciati che, una volta agganciato dai carabinieri, ha portato con le sue consuetudine gli investigatori nel locale per acquisire le immagini. «Abbiamo raccolto un compendio di prove che ha retto di fronte a tre gip diversi (Pisa, Velletri e Latina, ndr) – ha spiegato il procuratore Crini –. E poi i tempi rapidi della risposta sono davvero da sottolineare come merito della Procura, con la dottoressa Paola Rizzo, e dei carabinieri». È stato ricordata l’importanza della contestazione del tentato omicidio con Kiflè che per tre volte spara con una scacciacani riadattata. Ogni volta doveva ricaricare il colpo in canna. Spara per primo. Si vede nel video e il terzo colpo lo esplode quando scappa a spalanca la porta del negozio. Bernardi e Carciati si erano conosciuti in carcere. Da Aprilia, città natale del bandito morto, erano arrivati gli altri due per formare la batteria e concludere la rapina. Non si sa perché ma Masi si è tirato indietro. Doveva essere lui al posto di Bernardi. I familiari e gli amici del bandito morto dopo il colpo lo chiamavano “l’indegno”.
Pietro Barghigiani
Tecnologia e fiuto da segugio sono stati gli ingredienti che hanno permesso di risolvere il caso della rapina alla gioielleria Ferretti. Sono stati il procuratore capo Alessandro Crini con il comandante del reparto operativo, maggiore Giovanni Bartolacci e il responsabile del nucleo investigativo, capitano Sebastiano Pennisi a chiarire gli aspetti ancora sconosciuti dell’inchiesta conclusa con tre arresti disposti da tre gip diversi.
In cella restano a Latina Gabriele Kiflé, 31 anni, di Aprilia, considerato lo sparatore che era nel negozio con Simone Bernardi poi deceduto e si era presentato il lunedì 12 fingendosi un cliente; a Pisa Marco Carciati, 43 anni, di Pisa, considerato il palo; a Velletri Daniele Masi, 39 anni, di Pomezia, presente a Pisa e protagonista di un paio di sopralluoghi esterni con Carciati il giorno precedente l’assalto all’oreficeria. La videosorveglianza del negozio è stata utile per vedere il volto di Kiflè sia dentro che durante la fuga, con quella zoppìa poi tornata utile con i riscontri avuti attraverso le intercettazioni telefoniche con il padre, un ex carabiniere. Utile anche lo scatto fotografico di un residente dal balcone di casa mentre lo sparatore scappava la sera del 13 giugno. Ma l’incastro decisivo sono stati i filmati ottenuti dalle telecamere del circolino ai Passi dove nel pomeriggio del 14 Bernardi, Masi, Kiflè e Carciati sono stati ripresi intorno a un tavolo. Stessa scena verso le 21, con l’assenza di Bernardi colpito dal gioielliere per difendere la moglie. Masi e Kiflè avevano le valigie pronte per tornare ad Aprilia. Il circolino era un luogo frequentato abitualmente da Carciati che, una volta agganciato dai carabinieri, ha portato con le sue consuetudine gli investigatori nel locale per acquisire le immagini. «Abbiamo raccolto un compendio di prove che ha retto di fronte a tre gip diversi (Pisa, Velletri e Latina, ndr) – ha spiegato il procuratore Crini –. E poi i tempi rapidi della risposta sono davvero da sottolineare come merito della Procura, con la dottoressa Paola Rizzo, e dei carabinieri». È stato ricordata l’importanza della contestazione del tentato omicidio con Kiflè che per tre volte spara con una scacciacani riadattata. Ogni volta doveva ricaricare il colpo in canna. Spara per primo. Si vede nel video e il terzo colpo lo esplode quando scappa a spalanca la porta del negozio. Bernardi e Carciati si erano conosciuti in carcere. Da Aprilia, città natale del bandito morto, erano arrivati gli altri due per formare la batteria e concludere la rapina. Non si sa perché ma Masi si è tirato indietro. Doveva essere lui al posto di Bernardi. I familiari e gli amici del bandito morto dopo il colpo lo chiamavano “l’indegno”.
Pietro Barghigiani
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