Il dolore
Indagare su chi ostacolò Falcone
All’Eliopoli Summer la proposta dell’ex braccio destro del magistrato ai tempi della lotta alla mafia a Palermo
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CALAMBRONE. Una commissione di inchiesta sulla mafia per fare luce sugli anni in cui i giudici Falcone e Borsellino lottavano in prima linea contro Cosa Nostra trovando però, spesso, persone all’interno delle stesse istituzioni che non remavano nella medesima direzione.
È uno dei tanti passaggi dell’intervista che il capo area del Tirreno per Pisa-Valdera-Empoli Cristiano Marcacci ha fatto martedì sera sul palco di Eliopoli Summer al generale Angiolo Pellegrini, dal 1981 al 1985 comandante della sezione antimafia di Palermo e uomo di fiducia del pool guidato da Giovanni Falcone; un punto di riferimento per i suoi uomini in quegli anni palermitani con il soprannome di Billy The Kid per il fatto che non mollava mai. Una serata-evento organizzata dal nostro giornale sotto l’egida de “Gli Orizzonti del Tirreno” e da Confesercenti Toscana Nord, in collaborazione con Mappamondo Beach di Paola Panchetti.
Sul palco, oltre al generale Pellegrini, anche Fabio Tommasini suo braccio destro nei cinque anni palermitani e non solo. Angiolo Pellegrini ha presentato il suo libro “Noi, gli uomini di Falcone” dove racconta quegli anni che aprirono la strada al maxi processo che scoperchiò per la prima volta l’organizzazione mafiosa e la sua strutturazione. «La mafia esiste ancora – ha detto davanti ad una platea interessatissima - , è forse cambiata rispetto a quella sanguinaria dei corleonesi Riina e Provenzano, ma esiste ancora. Resiste perché non si è fatto abbastanza per educare i giovani. Bisogna partire dalla famiglia, in primis, e poi dalla scuola per insegnare concetti come onestà e legalità. I recenti atti vandalici nei confronti della statua di Falcone a Palermo e dei simboli della lotta alla mafia sono il segnale proprio di una mancanza di educazione». Il generale ha insistito sulla mancanza di una conoscenza storica degli anni più duri della lotta alla mafia. «Una statua di Giovanni Falcone si trova nella sede Fbi a Quantico negli Stati Uniti. Il giorno della sua morte il Congresso americano definì quell’attentato come un atto contro gli Stati Uniti. Falcone in Italia non ha avuto gli stessi riconoscimenti – dice perentorio - e adesso si ricorda solo in occasione dell’anniversario della sua morte. Bisogna invece parlarne, soprattutto nelle scuole dove la storia d’Italia, quelle recente, spesso viene dimentica».E poi l’affondo di Pellegrini: «Non vado mai alle celebrazioni palermitane in ricordo di Falcone. Io con il giudice avevo un rapporto stretto. Lui, mi diceva, si fidava di me tanto da affidarmi la sua vita. Parlavamo spesso e spesso mi confidava le sue amarezze. Bene, vedere in prima fila a quelle celebrazioni persone che in quegli anni non fecero niente per aiutare Falcone proprio non lo sopporto». Il passaggio successivo del generale Pellegrini è quello della commissione di inchiesta sulla mafia. «Basta rileggere la storia di quegli anni – dice – per capire che non tutti lottavano alla stessa maniera contro Cosa Nostra. La strategia della delegittimazione e dell’isolamento, anche nel caso di Falcone, devono emergere con chiarezza. Adesso ci sono gli strumenti e quindi occorre solo la volontà politica». Il colonnello Fabio Tommasini risiede da anni a Peccioli. Arrivò a Pelermo molto giovane trovandosi come comandante proprio Pellegrini.
Il suo nome di battaglia era tenente Thomas. «Ero giovane e fui scaraventato in un mondo in cui i morti erano all’ordine del giorno - ha raccontato -. Mi chiedo se sia servito. Certo. Non siamo stati eroi, ma persone che ogni giorno facevano il proprio dovere. E i nostri risultati sono stati il maxi processo che per la prima volta ha dimostrato l’esistenza di una mafia diversa da come la pensavano in molti».
Daniele Benvenuti
È uno dei tanti passaggi dell’intervista che il capo area del Tirreno per Pisa-Valdera-Empoli Cristiano Marcacci ha fatto martedì sera sul palco di Eliopoli Summer al generale Angiolo Pellegrini, dal 1981 al 1985 comandante della sezione antimafia di Palermo e uomo di fiducia del pool guidato da Giovanni Falcone; un punto di riferimento per i suoi uomini in quegli anni palermitani con il soprannome di Billy The Kid per il fatto che non mollava mai. Una serata-evento organizzata dal nostro giornale sotto l’egida de “Gli Orizzonti del Tirreno” e da Confesercenti Toscana Nord, in collaborazione con Mappamondo Beach di Paola Panchetti.
Sul palco, oltre al generale Pellegrini, anche Fabio Tommasini suo braccio destro nei cinque anni palermitani e non solo. Angiolo Pellegrini ha presentato il suo libro “Noi, gli uomini di Falcone” dove racconta quegli anni che aprirono la strada al maxi processo che scoperchiò per la prima volta l’organizzazione mafiosa e la sua strutturazione. «La mafia esiste ancora – ha detto davanti ad una platea interessatissima - , è forse cambiata rispetto a quella sanguinaria dei corleonesi Riina e Provenzano, ma esiste ancora. Resiste perché non si è fatto abbastanza per educare i giovani. Bisogna partire dalla famiglia, in primis, e poi dalla scuola per insegnare concetti come onestà e legalità. I recenti atti vandalici nei confronti della statua di Falcone a Palermo e dei simboli della lotta alla mafia sono il segnale proprio di una mancanza di educazione». Il generale ha insistito sulla mancanza di una conoscenza storica degli anni più duri della lotta alla mafia. «Una statua di Giovanni Falcone si trova nella sede Fbi a Quantico negli Stati Uniti. Il giorno della sua morte il Congresso americano definì quell’attentato come un atto contro gli Stati Uniti. Falcone in Italia non ha avuto gli stessi riconoscimenti – dice perentorio - e adesso si ricorda solo in occasione dell’anniversario della sua morte. Bisogna invece parlarne, soprattutto nelle scuole dove la storia d’Italia, quelle recente, spesso viene dimentica».E poi l’affondo di Pellegrini: «Non vado mai alle celebrazioni palermitane in ricordo di Falcone. Io con il giudice avevo un rapporto stretto. Lui, mi diceva, si fidava di me tanto da affidarmi la sua vita. Parlavamo spesso e spesso mi confidava le sue amarezze. Bene, vedere in prima fila a quelle celebrazioni persone che in quegli anni non fecero niente per aiutare Falcone proprio non lo sopporto». Il passaggio successivo del generale Pellegrini è quello della commissione di inchiesta sulla mafia. «Basta rileggere la storia di quegli anni – dice – per capire che non tutti lottavano alla stessa maniera contro Cosa Nostra. La strategia della delegittimazione e dell’isolamento, anche nel caso di Falcone, devono emergere con chiarezza. Adesso ci sono gli strumenti e quindi occorre solo la volontà politica». Il colonnello Fabio Tommasini risiede da anni a Peccioli. Arrivò a Pelermo molto giovane trovandosi come comandante proprio Pellegrini.
Il suo nome di battaglia era tenente Thomas. «Ero giovane e fui scaraventato in un mondo in cui i morti erano all’ordine del giorno - ha raccontato -. Mi chiedo se sia servito. Certo. Non siamo stati eroi, ma persone che ogni giorno facevano il proprio dovere. E i nostri risultati sono stati il maxi processo che per la prima volta ha dimostrato l’esistenza di una mafia diversa da come la pensavano in molti».
Daniele Benvenuti
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