Sicurezza
C’era infiltrazione mafiosa nel cantiere del Gargalone
Il Consiglio di Stato respinge il ricorso della ditta a cui venne tolto l’appalto. Legami con i Casalesi, sei dipendenti pregiudicati trovati sul posto di lavoro
PISA. Quel cantiere odorava di mafia. Non un fetore nauseabondo. Ma un olezzo comunque sufficiente a rendere legittima la revoca dell’appalto alla società colpita da un’interdittiva antimafia. Il capitolo finale sui lavori alla rotonda del Gargalone è stato scritto nei giorni scorsi dal Consiglio di Stato che ha respinto il ricorso dell’impresa edile, sede legale a Vasto, con radici a Casal di Principe (Caserta), contro il provvedimento che la estrometteva dalla partecipazione a gare pubbliche.
La storia risale al dicembre 2013 e alla vigilia dell’inaugurazione dello store di Ikea - marzo 2014 - assegnare alla seconda classificata i lavori per la rotatoria di fronte al colosso svedese fu una mossa di cui si percepì in maniera nitida la gravità del gesto. Una scelta improvvisa carica di omissis. E anche in consiglio comunale l’amministrazione riferì su motivazioni serie rimandando alla prefettura e ai suoi obblighi di controllo l’origine della decisione. Solo dopo oltre un mese, con il cantiere già assegnato alla nuova dita, una chiarezza maggiore illuminò la vicenda. Che ora il Consiglio di Stato consegna agli archivi come un esempio di infiltrazione mafiosa attraverso un appalto vinto con un’offerta di 368mila euro su una base d’asta di 459mila. Una società coinvolta in indagini per estorsione che viene intestata dal titolare alla moglie cambiando anche città e sede legale. Personale dell’azienda con la fedina penale macchiata e con uno dei dipendenti imparentato con un piccolo boss casertano indagato per associazione a delinquere di stampo mafioso per far parte di un clan camorristico.
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Con queste credenziali la ditta vinse l’appalto, salvo poi perderlo quando il 13 dicembre 2013 i carabinieri si presentarono nel cantiere alla rotonda del Gargalone. Furono identificate dieci persone, di cui sei con precedenti penali, «quasi tutte provenienti dalle zone di Casal di Principe, tra cui una gravato da un provvedimento di divieto di detenzione armi perché convivente con il figlio indagato per il reato di cui all’art. 416 bis» si legge nella sentenza dei giudici amministrativi. Non solo. Il vecchio titolare della ditta, per un processo e contenziosi fiscali (poi risolti, ndr) aveva intestato la società alla moglie. Il marito era stato colpito da interdittiva antimafia nel gennaio 2011 «motivata con riferimento ad un’ordinanza di custodia cautelare emessa per un’operazione di false fatturazioni in concorso con personaggi contigui al “Clan dei Casalesi” e con riferimento alla mancata denuncia di richieste estorsive» spiega il Consiglio di Stato.
Aver trasferito le quote alla moglie non escludeva una sua gestione diretta visto che la consorte era amministratore unico con il 99 per cento delle quote e l’1 per cento conferito alla cognata. «Inoltre tra i coniugi in data 22 gennaio 2013 è stato stipulato un contratto di nolo a freddo (solo i mezzi, senza personale) di veicoli e auto» e la donna era già stata destinataria di interdittiva antimafia nel luglio 2012 «con riferimento alla circostanza che la stessa fosse rappresentante legale della società e moglie convivente» ribadiscono i magistrati. Aver ottenuto qualche assoluzione «non inficia in radice il giudizio formulato sul pericolo di infiltrazione mafiosa a carico della ditta – sottolinea il Consiglio di Stato –. Ci sono poi i vincoli familiari che espongono il soggetto all’influenza del terzo. Qui l’intensità del vincolo è assai forte, poiché i coniugi conducono effettivamente una vita in comune e il contesto milita nel senso della sua rilevanza, atteso il rapporto commerciale qualificato che li lega e la natura sostanzialmente individuale di entrambe le imprese». L’interdittiva antimafia aveva basi solide e ci stava tutta.
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