Sicurezza
Condannata a dieci anni la mamma di Samantha
di Pietro Barghigiani
Il giudice l’ha riconosciuta colpevole di non aver impedito le violenze sulla figlia Il pm aveva chiesto 8 anni. Nessun provvedimento di limitazione della libertà
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PISA. Si è preoccupata più per sé che della bimba. Assisteva alle botte inflitte dal patrigno a sua figlia e non si è comportata da madre. Neanche quando era evidente che la bambina stava per morire sotto la furia bestiale del suo compagno. Un comportamento colpevole. Che, tradotto con il codice penale, significa una condanna a 10 anni di reclusione.
È la sentenza letta ieri mattina dal gup Elsa Iadaresta per Juana Francisca De Olmo, 34 anni, dominicana, la mamma di Samantha, la piccola di 3 anni che il pomeriggio del 27 aprile 2016 morì in una stamberga sul viale del Tirreno a Calambrone. Il giudice ha ritenuto equivalenti le attenuanti con le aggravanti facendo scattare i due anni in più sulla richiesta della Procura. Non ha disposto misure cautelari.
Francisca era assente ieri in Tribunale. È stato il suo avvocato, Marta Campagna, a comunicarle l’esito dell’udienza in rito abbreviato (sconto di un terzo). Una telefonata dolorosa che ha raggiunto l’imputata a Rapallo dove da oltre un anno è tornata a vivere con il marito, il papà di Samantha. L’uomo che aveva lasciato dopo aver incontrato in chat l’uomo con cui andò a vivere di espedienti in un tugurio sul litorale.
Il pm Giancarlo Dominijanni, lo stesso del processo contro Tonino Krstic l’imputato principale, aveva chiesto la condanna a 8 anni della dominicana. Un’accusa che lacera il concetto di maternità: maltrattamenti in famiglia con l’aggravante di aver assistito a un reato senza averlo impedito. Che per la legge equivale a commetterlo. E quell’inerzia per l’accusa e il giudice venne commessa ai danni di uno scricciolo di 3 anni, vittima e bersaglio di un accanimento fatale.
Nella deposizione di Francisca il calvario cui disse di essere stata sottoposta da Tonino voleva essere il suo scudo di fronte alla giustizia.
Lo aveva già fatto a fine marzo quando, quella volta nel ruolo di vittima delle angherie dell’uomo, ricordò in Corte d’Assise l’inferno in cui era precipitata durante la convivenza nella baracca con quello che per la Procura è l’assassino di sua figlia. Un tipo rabbioso che in passato, quando viveva a Pontedera, aveva già dato prova di essere fuori controllo al punto da aggredire persino i familiari. «La bimba stava male. Ma lui al telefono chiese solo cosa avrebbe dovuto fare per curare un bambina con la febbre a 32, poi quando gli chiesero dove ci trovavamo, lui diede la strada sbagliata» è stata la versione di Francisca nel riferire di quel pomeriggio del 27 aprile di un anno fa. «Io piangevo, volevo che li richiamasse, ma mi minacciò con un piccone. La piccola era quasi priva di coscienza. Mi diceva: "Se muore dobbiamo portarla via, in un bosco, se ci scoprono prendo 30 anni, hai capito?!" e diceva anche "Ti seppellisco qui con lei se chiami i soccorritori o i carabinieri"». E ancora: «Mi riempiva di botte, mi controllava messaggi, chiamate. Mi trattava come una schiava. Se fossi fuggita mi avrebbe ripreso e… iniziò a picchiare anche la bimba».
In aula Tonino ha accusato la donna: «Fu lei a farmi dire l’indirizzo sbagliato».
La piccina che Tonino chiamava demonio per poi picchiarla ogni volta che piangeva e usarle ancora violenza per farla smettere in un cortocircuito di malvagità da far rabbrividire. La sua difesa è quella di aver chiesto aiuto per portare in salvo lei e la piccina. Ma, secondo la Procura, non c’è stata traccia nel vissuto di Francisca di una volontà di fuggire da quel lager in cui era finita lasciando il marito per inseguire quella specie di amore con Tonino conosciuto in chat. Un teste ha riferito agli inquirenti: «Un giorno Francisca mi chiese aiuto. Le risposi: “Ti porto via, ne hai parlato con Tonino?”. A quel punto mi disse di lasciar perdere». Francisca, testimone consapevole di un pestaggio contro sua figlia, poteva lasciare la baracca e mettere in salvo la piccina. Non lo fece nonostante le opportunità date anche dai carabinieri. E da ieri è la prima condannata per la morte di sua figlia.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
È la sentenza letta ieri mattina dal gup Elsa Iadaresta per Juana Francisca De Olmo, 34 anni, dominicana, la mamma di Samantha, la piccola di 3 anni che il pomeriggio del 27 aprile 2016 morì in una stamberga sul viale del Tirreno a Calambrone. Il giudice ha ritenuto equivalenti le attenuanti con le aggravanti facendo scattare i due anni in più sulla richiesta della Procura. Non ha disposto misure cautelari.
Francisca era assente ieri in Tribunale. È stato il suo avvocato, Marta Campagna, a comunicarle l’esito dell’udienza in rito abbreviato (sconto di un terzo). Una telefonata dolorosa che ha raggiunto l’imputata a Rapallo dove da oltre un anno è tornata a vivere con il marito, il papà di Samantha. L’uomo che aveva lasciato dopo aver incontrato in chat l’uomo con cui andò a vivere di espedienti in un tugurio sul litorale.
Il pm Giancarlo Dominijanni, lo stesso del processo contro Tonino Krstic l’imputato principale, aveva chiesto la condanna a 8 anni della dominicana. Un’accusa che lacera il concetto di maternità: maltrattamenti in famiglia con l’aggravante di aver assistito a un reato senza averlo impedito. Che per la legge equivale a commetterlo. E quell’inerzia per l’accusa e il giudice venne commessa ai danni di uno scricciolo di 3 anni, vittima e bersaglio di un accanimento fatale.
Nella deposizione di Francisca il calvario cui disse di essere stata sottoposta da Tonino voleva essere il suo scudo di fronte alla giustizia.
Lo aveva già fatto a fine marzo quando, quella volta nel ruolo di vittima delle angherie dell’uomo, ricordò in Corte d’Assise l’inferno in cui era precipitata durante la convivenza nella baracca con quello che per la Procura è l’assassino di sua figlia. Un tipo rabbioso che in passato, quando viveva a Pontedera, aveva già dato prova di essere fuori controllo al punto da aggredire persino i familiari. «La bimba stava male. Ma lui al telefono chiese solo cosa avrebbe dovuto fare per curare un bambina con la febbre a 32, poi quando gli chiesero dove ci trovavamo, lui diede la strada sbagliata» è stata la versione di Francisca nel riferire di quel pomeriggio del 27 aprile di un anno fa. «Io piangevo, volevo che li richiamasse, ma mi minacciò con un piccone. La piccola era quasi priva di coscienza. Mi diceva: "Se muore dobbiamo portarla via, in un bosco, se ci scoprono prendo 30 anni, hai capito?!" e diceva anche "Ti seppellisco qui con lei se chiami i soccorritori o i carabinieri"». E ancora: «Mi riempiva di botte, mi controllava messaggi, chiamate. Mi trattava come una schiava. Se fossi fuggita mi avrebbe ripreso e… iniziò a picchiare anche la bimba».
In aula Tonino ha accusato la donna: «Fu lei a farmi dire l’indirizzo sbagliato».
La piccina che Tonino chiamava demonio per poi picchiarla ogni volta che piangeva e usarle ancora violenza per farla smettere in un cortocircuito di malvagità da far rabbrividire. La sua difesa è quella di aver chiesto aiuto per portare in salvo lei e la piccina. Ma, secondo la Procura, non c’è stata traccia nel vissuto di Francisca di una volontà di fuggire da quel lager in cui era finita lasciando il marito per inseguire quella specie di amore con Tonino conosciuto in chat. Un teste ha riferito agli inquirenti: «Un giorno Francisca mi chiese aiuto. Le risposi: “Ti porto via, ne hai parlato con Tonino?”. A quel punto mi disse di lasciar perdere». Francisca, testimone consapevole di un pestaggio contro sua figlia, poteva lasciare la baracca e mettere in salvo la piccina. Non lo fece nonostante le opportunità date anche dai carabinieri. E da ieri è la prima condannata per la morte di sua figlia.
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