Il Tirreno

Pisa

Fruttivendolo a processo per tentata estorsione 

Fruttivendolo a processo per tentata estorsione 

Settantenne minacciò con una pistola e perseguitò con intimidazioni un grossista. «Nonostante fosse debitore, voleva soldi: si presentò anche con i colombiani»

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PISA. «O la capisci con le buone, o sappiamo noi come convincerti». Per un po’ ha mostrato la faccia da duro, Luciano Bertini, quasi i modi di un gangster per convincere il grossista a sborsare denaro, anche se era lui ad essere in debito con chi per anni lo aveva rifornito di frutta e verdura per il suo banco al mercato. «Cominciamo con 25mila euro», aveva detto. All’inizio sembravano richieste strampalate, alla fine erano diventate minacce, pressioni. «Una volta si presentò con una pistola, un’altra con due brutti ceffi al suo fianco, disse che erano colombiani», ha raccontato la vittima del commerciante in aula nelle settimane scorse, «per un periodo è stato un inferno, ricevevo telefonate, pressioni. Una volta ho perfino trovato un sacchetto con dei bossoli di proiettile sul mio furgone».

Tentata estorsione. È questa l’accusa contro Bertini, 72 enne pisano, per cui ieri si è tenuta la penultima udienza di un procedimento penale che si concluderà il 20 ottobre a dieci anni dal suo inizio. Per quella data infatti è prevista la sentenza. I giudici dovranno decidere se le accuse contestate al fruttivendolo siano fondate o meno. Secondo il pm Lydia Pagnini, Bertini nel 2007 tentò di estorcere denaro al grossista nonostante dovesse ancora pagarlo per vecchie forniture, una somma totale che a suon di cambiali o assegni post datati era cresciuta fino a circa 100 mila euro. Eppure fu lui a presentarsi dal grossista e a pretendere soldi. In un’occasione gli mostra una pistola, in un’altra arriva al furgone dell’uomo spalleggiato da due uomini dall’accetto spagnolo. «Si fecero passare per colombiani, sì, insomma per narcos, gente senza scrupoli». Telefonate, minacce, per un periodo il grossista teme perfino per la sua vita e quella della sua famiglia. Non riesce a spiegarsi come Bertini possa pretendere qualcosa da lui, visto che proprio lui è uno dei suoi creditori più pesanti, uno di quelli che lo costringerà al fallimento, a chiudere l’attività e a chiedere un posto di lavoro a un collega, a diventare un dipendente di un altro grossista. «Alla fine un amico finanziere a cui aveva raccontato tutto lo costrinse a denunciare e da lì le minacce e i tentativi di estorsione sono cessati», racconta Roberto Nocent, legale della parte civile.

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