Il Tirreno

Pisa

Bimbo morto in una comunità: psicologo e assistente a processo

di Pietro Barghigiani
Bimbo morto in una comunità: psicologo e assistente a processo

Pisa: il piccolo di 22 mesi, da solo in quel momento, ingerì pastiglie di Subutex usato dalla madre tossicodipendente. L’accusa: omissioni e mancati controlli. I nonni paterni: «Non si può dimenticare un bambino deceduto»

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PISA. Non aveva neanche due anni. Scambiò delle pasticche di Subutex per caramelle. E fu la sua fine. Una morte che ancora oggi in Tribunale provoca un dolore liquido a chi vide quel corpicino inerme senza vita.
La tragedia avvenne ad Arezzo nel giugno 2011 nella casa di cura Thevenin, un centro che ospita di persone con disagi. Per quella dimenticanza la mamma, all’epoca ventenne con problemi di droga che l’avevano portata nella struttura, patteggiò due anni per omicidio colposo. Lo stesso reato, tra omissioni e culpa in vigilando, che viene contestato a due imputati: Alessandro Bichi, di Arezzo, psicologo, nel 2011 coordinatore della Fondazione Thevenin e Rachele Vitali, di Pisa, assistente sociale dell’Asl.

Frutto di una relazione tra due minorenni pisani, il piccolo Diego ha scontato l’inadeguatezza degli adulti ad occuparsi di lui. La storia tra i genitori naufraga senza possibilità di recupero e quando del caso si occupano i servizi sociali per Diego si aprono le porte di una comunità di recupero. Viene ritenuta idonea la Thevenin di Arezzo. Con una restrizione iniziale verso il padre: poteva vedere il figlio solo in presenza degli assistenti sociali. In seguito gli avevano imposto di non avvicinarsi neanche alla struttura aretina. Fu la Procura generale ad avocare il caso per ottenere il rinvio a giudizio anche dei due operatori su richiesta della parte civile, rappresentata dai nonni paterni della piccola vittima.

«La giustizia sarà fatta nelle aule del Tribunale di Arezzo, su questo non vogliamo dire nulla. Ma riteniamo questo processo necessario, qualsiasi sentenza verrà emessa. Perché un bambino è stato messo in una struttura dove è morto e questo non può essere dimenticato» spiegano i nonni che vivono a Pisa. In aula il papà di Diego ha raccontato che nell’aprile 2011 aveva avuto sentore che la sua ex compagna fosse ricaduta nei giri della droga. E sapere che stava con il loro figlio lo aveva preoccupato. Lo aveva detto ai servizi sociali. «Il bimbo non può stare in quel posto con la mamma» si era sgolato.

A giugno quelle pasticche di Subutex, usate nei programmi di disintossicazione, uccisero Diego. Le aveva lasciate sul comodino la mamma. Non poteva tenerle, ma le aveva con sé in un centro dove avrebbe dovuto curarsi anziché continuare a cedere al demone della droga. Le contestazioni allo psicologo, coordinatore della struttura, e all’assistente sociale sono quelle di non aver controllato: il primo cosa succedesse nella comunità e la seconda di non aver dato ascolto alle segnalazioni di pericolo imminente denunciate dal papà del piccino.
Quando in aula gli hanno chiesto perché, sapendo che la mamma di suo figlio aveva ripreso a fare uso di droghe, non si sia dato fare per rimediare alla situazione, il papà ha risposto: «Mi impedivano di entrare nella struttura. E poi il mio riferimento erano i servizi sociali».

Nel corso delle ultime udienze è stato ricostruito che la mamma usciva alle 14 per andare a riprendere il piccolo all’asilo nido e poi tornava nella struttura, con il bambino, alle 22 circa. Di fatto era libera, come lo sono tutte le persone accolte, di gestirsi in autonomia. E in questa libertà aveva allacciato contatti con chi le procurava sostanze stupefacenti o anche il Subutex. Che, illegalmente, aveva portato nella comunità lasciandolo poi a portata di mano del figlio. Ogni udienza è uno strazio per i nonni paterni: «La nostra speranza e che, a distanza di quasi sei anni dalla morte, si riesca ad intravedere un po’ di giustizia per il piccolo Diego».

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