La protesta
La strage di Capaci nelle emozioni della scuola Fucini
di Enza Chiappone
Commemorazione dell’attentato nel giardino pubblico di via dell’Aeroporto dedicato a Falcone e Borsellino
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PISA. «La mafia uccide i nostri sogni, il nostro futuro. È una piaga della società, nemica del progresso e della civiltà». Hanno solo 13 anni, ma ben chiaro cosa è bene e cosa è male gli studenti delle Fucini che ieri hanno aperto, con queste parole, la cerimonia di commemorazione del 25º anniversario della strage di Capaci, l’orribile attentato di Cosa Nostra in cui, il 23 maggio 1992, persero la vita il magistrato Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre uomini della scorta.
Riunitisi alle 12,15 nel giardinetto pubblico di via dell’Aeroporto intitolato proprio a Falcone e Borsellino, i due magistrati siciliani simbolo per eccellenza della lotta alla mafia, i ragazzi delle terze dell’istituto comprensivo Fucini hanno dato voce, alla presenza degli assessori Marilù Chiofalo e Andrea Serfogli e del presidente del consiglio comunale Ranieri Del Torto, ai pensieri elaborati nel corso di un progetto sulla legalità portato avanti con l’associazione Libera. «Grazie a questo - hanno detto gli studenti della terza C delle Fucini ai rappresentanti delle istituzioni - siamo venuti a conoscenza del male assoluto, di quegli affari della criminalità organizzata che si realizzano anche nel nostro territorio che noi, sbagliando, credevamo immune da questo problema».
Hanno capito dunque che la mafia è «come una piovra che estende i suoi tentacoli in ogni direzione», «come l’acqua, perché si infiltra ovunque», e «come il fuoco, che tutto distrugge»; che «in origine - per usare ancora una loro metafora - era una piccola crepa nel territorio, mentre ora è una grande voragine che sta distruggendo la nostra penisola». Ma nel corso dei quattro incontri con i volontari di Libera, i ragazzi hanno conosciuto anche il bene e cioè le storie di quegli «uomini normali» (come loro stessi amavano essere definiti) che facendo bene il proprio lavoro hanno contribuito ad innescare un grande cambiamento culturale nel Paese. Cambiamento che oggi, a venticinque anni dalla loro scomparsa, si traduce nella sete di legalità che caratterizza soprattutto le nuove generazioni, un esempio eloquente della quale è il percorso anti-bullismo portato avanti negli ultimi mesi dalle classi terze delle Fucini che, per seguire la via tracciata dai giudici Falcone e Borsellino o dal sacerdote don Pino Puglisi, si sono domandate quale potesse essere il loro contributo alla legalità e hanno dato vita ad un progetto anti-bullismo, fenomeno da loro riconosciuto come «una violenza simile a quella mafiosa». La vera dimostrazione che «gli uomini passano, le loro idee restano».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Riunitisi alle 12,15 nel giardinetto pubblico di via dell’Aeroporto intitolato proprio a Falcone e Borsellino, i due magistrati siciliani simbolo per eccellenza della lotta alla mafia, i ragazzi delle terze dell’istituto comprensivo Fucini hanno dato voce, alla presenza degli assessori Marilù Chiofalo e Andrea Serfogli e del presidente del consiglio comunale Ranieri Del Torto, ai pensieri elaborati nel corso di un progetto sulla legalità portato avanti con l’associazione Libera. «Grazie a questo - hanno detto gli studenti della terza C delle Fucini ai rappresentanti delle istituzioni - siamo venuti a conoscenza del male assoluto, di quegli affari della criminalità organizzata che si realizzano anche nel nostro territorio che noi, sbagliando, credevamo immune da questo problema».
Hanno capito dunque che la mafia è «come una piovra che estende i suoi tentacoli in ogni direzione», «come l’acqua, perché si infiltra ovunque», e «come il fuoco, che tutto distrugge»; che «in origine - per usare ancora una loro metafora - era una piccola crepa nel territorio, mentre ora è una grande voragine che sta distruggendo la nostra penisola». Ma nel corso dei quattro incontri con i volontari di Libera, i ragazzi hanno conosciuto anche il bene e cioè le storie di quegli «uomini normali» (come loro stessi amavano essere definiti) che facendo bene il proprio lavoro hanno contribuito ad innescare un grande cambiamento culturale nel Paese. Cambiamento che oggi, a venticinque anni dalla loro scomparsa, si traduce nella sete di legalità che caratterizza soprattutto le nuove generazioni, un esempio eloquente della quale è il percorso anti-bullismo portato avanti negli ultimi mesi dalle classi terze delle Fucini che, per seguire la via tracciata dai giudici Falcone e Borsellino o dal sacerdote don Pino Puglisi, si sono domandate quale potesse essere il loro contributo alla legalità e hanno dato vita ad un progetto anti-bullismo, fenomeno da loro riconosciuto come «una violenza simile a quella mafiosa». La vera dimostrazione che «gli uomini passano, le loro idee restano».
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