La protesta
“Samantha è stata uccisa dalla mamma”
La difesa del patrigno in Corte d’Assise. “La picchiava per punirla. Già una volta l’avevo salvata dopo che l’aveva colpita”
PISA. Lei accusa lui. Lui accusa lei. Con lui, l’imputato, che riversa sulla compagna azioni e omissioni che a suo dire sarebbero state la causa della morte della piccola Samantha.
Davanti alla Corte d’Assise (presidente Murano, a latere Poggi con sei giudici popolari) ieri è stato il giorno di Tonino Krstic, il 32enne serbo, già residente a Pontedera e poi in una baracca, in carcere dal 27 aprile 2016 con l’accusa di aver ucciso la piccina di 3 anni, figlia della convivente, Juana Francisca de Olmo, 34 anni, dominicana. È un processo doloroso quello che viene celebrato per dare giustizia all’unica innocente sicura in una storia di marginalità e abbandono.
La versione di Tonino, difeso dall’avvocato Francesco Mori, non è dimessa. È diretto e frontale l’attacco alla sua ex compagna che nell’ultima udienza ha raccontato di quanto fosse violento e ai limiti del sadismo nei confronti della bimba. C’è un prima e un dopo tra Krstic e Samantha. I capelli strappati. Dopo quell’episodio, è la convinzione della Procura, la bambina non vuole più stare con il compagno della mamma. E le conseguenze sono gli scatti d’ira dell’uomo su quello scricciolo inerme. Rischia l’ergastolo con un’accusa di omicidio volontario aggravato dalle sevizie e maltrattamenti continuati. Interrogato dal pm Giancarlo Dominijanni, che più volte gli contesta con toni aspri contraddizioni o evidenze di indagini in palese contrasto con le sue dichiarazioni, Tonino accusa Francisca di picchiare regolarmente la bimba. Il sostituto procuratore gli ricorda che «le sentenze passate dimostrano la sua indole violenta, mentre per la madre della piccola ci sono solo testimonianze di mamma premurosa e amorevole». Una sottolineatura che non lo sfiora. Tonino parla seguendo un suo canovaccio mentale che non somiglia neanche un po’ agli atti di indagine. Anzi, è proprio opposto e contrario. Interrompe anche il pm e più volte il presidente Murano gli impone di avere un altro atteggiamento.
«Ogni due o tre giorni la picchiava – racconta in aula –. La puniva perché si nascondeva o faceva le bizze. Aveva due anelli, che le avevo regalato io, e quando faceva il bagno a Samantha o quando la pettinava la percuoteva perché non stava ferma. Io le avrò dato degli sculaccioni e degli schiaffetti sul viso per rianimarla il giorno in cui si è sentita male e poi è morta. Mai picchiata».
Il corpicino martoriato della bimba aveva oltre il 50 per cento della pelle segnata da lividi. Marchiature non recenti. «Già il 20 aprile avevo salvato la bambina – insiste l’imputato -. L’ho resuscitata. Non aveva fatto colazione e allora dissi alla mamma di darle da mangiare. Lei, Francisca, le sferrò un calcio nella pancia. La bimba cadde dal letto e picchiò la testa. Sull’addome c’è l’impronta di un piede del 38, quello di Francisca. Io ho il 46. Non sono stato io a colpirla». Da almeno tre settimane la piccina stava male. Ma prima del pomeriggio di quel mercoledì 27 aprile 2016 le condizioni erano peggiorate. Arrivò ad avere una temperatura di 32 gradi. «Per riscaldare l’ambiente dissi a Francisca di mettere nel braciere indumenti da bruciare – prosegue –. Ci finirono anche i miei jeans con la fibbia della cintura. Ecco perché è stata trovata lì. Era lei che usava la cintola per picchiare Samantha».
Intorno alle 16 la piccina si sente male, perde conoscenza. La verità di Tonino da lì in poi è opposta a quella di Francisca. Un confronto tra i due, chiesto dalla difesa, è stato respinto dalla Corte. «Chiamai l’ambulanza, ma mentre ero al telefono Francisca mi disse di temere per le conseguenze – riprende l’imputato –. Per questo indicai un indirizzo sbagliato. Anzi, mi chiese di seppellire la bimba e di scappare con lei. E io le ho chiesi “Ma come fai a parlare così, è tua figlia”. Neanche una lacrima ha versato. Ho agito in quel modo perché ero innamorato ed era al quinto mese di gravidanza di nostro figlio». La seconda telefonata, poco prima delle 19, è inutile. Stavolta Tonino dà l’indirizzo giusto per arrivare alla baracca sul viale del Tirreno a Calambrone. Troppo tardi. Se quella chiamata fosse stata fatta quasi tre ore prima le probabilità di salvare Samantha sarebbero state più concrete di un intervento al limiti del miracolistico quando l’agonia si era prossima al decesso. È stato sentito anche il consulente della difesa, il medico legale Giorgio Puntoni, secondo il quale le lesioni erano estese, ma superficiali e «chi ha aggredito non aveva la volontà di uccidere».
Il maresciallo di Tirrenia, Giuseppe La Cognata ha ricordato dell’aggressione dell’agosto 2015 subìta dalla donna per mano di Krstic e dell’aiuto chiesto e ottenuto da Francisca per tornare a Rapallo dal marito e dall’altro figlio. Poi nel novembre 2015 la decisione di tornare nel tugurio di Calambrone. Una mossa scellerata con l’epilogo di cui si sta occupando una Corte d’Assise. Appello finale di Tonino: «Volevo bene alla bimba più che a una figlia. Era la madre a picchiarla». Prossima udienza nel pomeriggio di venerdì 7 luglio. Da sentire un teste della difesa, poi la discussione con probabile sentenza sulla tragedia di Calambrone.
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