Gioco
Rapiti dalle solitudini digitali della Rete, abbiamo sepolto Samantha nell'indifferenza
C'è un doppio fondo di responsabilità nella storia della bimba ritrovata morta in una baracca a Calambrone: da un lato quella legata alla violenza del patrigno e alla negligenza della madre, dall'altro quella dell'omissione collettiva
PISA. A quest’ora la temperatura era già scesa fino a toccare i gradi dell’ipotermia. A quest’ora del giorno, mentre voi siete di fronte al vostro caffè, sul ciglio di un altro incipit quotidiano, davanti a una giornata magari piena di impegni, preoccupazioni, svaghi e rapidissime apparizioni social, un anno fa Samantha cominciava a morire. Le lesioni cerebrali, sul corpo, nell’anima, procurate in mesi di botte, cinghiate, sevizie fisiche e psicologiche, la stavano spegnendo.
Erano spariti da qualche giorno i riccioloni corvini sulla testa, rasati con illusorio sollievo da Francisca per farla sfuggire alla furia ferina di Tonino, eliminati su ordine del patrigno per evitare che qualcuno potesse notare i segni della sua violenza; Samantha era diventata l’icona della sua rabbia illogica nutrita per mesi contro tutto e tutti da chissà quale convinzione, era l’immagine della sua colpa, e per questo doveva sparire, essere nascosta, se necessario dovevano disfarsene. «Se non la rianimi, ti seppellisco insieme a lei», grida Krstic a Francisca poche ore dopo, prima che si decida a chiamare l’ambulanza, comunque troppo tardi. Un ultimo urlo sopra la bimba, ormai priva di sensi, distesa su un materasso lurido della baracca del Calambrone.
Nessuno di noi lo sapeva, nessuno di noi avrebbe potuto immaginarlo. Ci è stato ripetuto dai carabinieri, dai servizi sociali, è risuonato nei singhiozzi strozzati del padre della piccola, che dice di aver tentato fin da subito, dall’agosto 2015, di riportarla a Rapallo in tutti i modi eppure di aver scoperto che Calambrone esisteva solo all’alba del giorno dopo, quando lo chiamarono dall’obitorio per dirgli che non c’era più speranza. Ha provato a dirlo, difendendosi, anche la madre, lei che a quell’uomo aveva creduto dopo qualche promessa buttata in chat, per gettarsi alle spalle lo spleen di una relazione logorata in Liguria ed abbracciare l’amore nuovo a scatola chiusa. Ce lo siamo detti anche noi, in fondo: nessuno avrebbe potuto fare nulla per lei. Ed è forse il modo con cui ancora oggi tutti noi seppelliamo la colpa, la responsabilità condivisa di aver fatto vivere una bambina solo nel momento in cui si è trasformata nel suo ricordo.[[atex:gelocal:il-tirreno:pisa:cronaca:1.15111643:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/pisa/cronaca/2017/03/29/news/la-baracca-degli-orrori-e-ancora-li-1.15111643]]
C’è un doppio fondo di responsabilità in questa storia. Quella baracca affacciata alle dune, ancora oggi uguale a ieri, cristallizzata alla sera del 27 aprile 2016, abbandonata e piena di vestiti, scatole, lettere, lattine di birra, barattoli, letti sfatti e sporchi, stoviglie luride, stracci di umanità perduta, non è solo la scena di un delitto. È uno dei nostri scantinati morali, il prodotto di una rimozione collettiva. Samantha ha smesso di essere una bambina invisibile, una bambina fantasma, solo dopo la morte. È uscita dall’ombra delle vite fuori scena, è diventata un tema forte sui social, ha scosso le nostre solitudini digitali e ha cominciato davvero ad esistere solo col suo surrogato di presenza. Non lei in carne ed ossa, ma il racconto di lei, le foto dei tricicli scoloriti nella stamberga, la bara bianca al funerale, le sue ultime parole riferite dalla mamma.
Abbiamo sperato, quasi assurdamente, quasi che la narrazione potesse cambiare verso alla storia nel momento in cui si scioglieva, che il gesto di un maresciallo bastasse, e Francisca a settembre 2015 prendesse il treno su cui il carabiniere l’aveva fatta fuggire da Tonino per non tornare più a Tirrenia insieme alla bimba. Oppure che, con un guizzo oltre l’ordinaria follia burocratica dell’Italia, prima o poi qualcuno dai servizi sociali di Livorno chiamasse i colleghi pisani per avvertirli di una donna finita al pronto soccorso con i segni delle percosse. Che chi li aveva aiutati portando loro latte e vestiti, sicuro di avere davanti una famiglia povera, ai margini, ma tutto sommato “normale”, intravedesse un pixel mancante, il riflesso di un abisso negli occhi della piccola o del suo carceriere. Che in quest’era in cui la Rete sa tutto di noi, da qualche parte un database avesse annotato anche Samantha.
Ad ogni dettaglio in più, ad ogni supplemento di orrore, confidavamo in uno sliding doors, in uno scarto temporale. Abituati alla vita virtuale, agli algoritmi esistenziali, ci siamo illusi che un’unità di vigili o psicologi, un passante potesse davvero cambiare il corso di questo oscuro plot dell’indifferenza mentre lo osservavamo scorrere, sicuri che qualcuno si sarebbe curato di sapere chi vivesse in quella vecchia pizzeria del Comune occupata da anni. Abbiamo sperato, e adesso ci risvegliamo di fronte al nostro caffè. Fissiamo il fondo della tazzina accorgendoci che non c’è più niente.
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