Il Tirreno

Pisa

CASO RAGUSA

Fotografo sotto processo: «Con l’auto contro Logli»

Pietro Barghigiani
Antonio Logli tra i suoi avvocati
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Antonio Logli tra i suoi avvocati

Il marito di Roberta Ragusa lo aveva avvicinato dopo un lungo pedinamento. La difesa del professionista accusato di lesioni colpose: «Stavo solo lavorando»

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 PISA. Lo accusa di averlo pedinato in auto con un’insistenza fastidiosa. Non solo. Gli si era appiccicato per scattargli foto senza permesso. Ecco perché era sceso dalla sua macchina per fare lui, la “preda”, le foto all’anonimo inseguitore che poi lo avrebbe urtato con l’auto in movimento. Questa volta Antonio Logli, il 53enne elettricista della Geste condannato a 20 anni per omicidio e distruzione di cadavere della moglie Roberta Ragusa, passa dalla parte della “vittima” in un procedimento penale dove a finire davanti a un giudice è un fotografo che deve rispondere di lesioni personali colpose. L’episodio risale al marzo 2013 ed è uno dei tanti rivoli generati dalla storia di una scomparsa che per ora ha solo una verità giudiziaria di primo grado. Sarebbe rimasto nella sfera dell’aneddotica coltivata tra gli addetti ai lavori, quanto mai generosa nella vicenda del caso Ragusa, se Logli non avesse deciso di querelare il fotografo che lo stava seguendo. E così, a distanza di 4 anni dal fatto, Roberto Cappello, professionista che vive a San Giuliano Terme, si ritrova con una citazione diretta firmata dalla Procura di fronte al giudice di pace con l’accusa di aver provocato una contusione con la sua auto a una gamba del marito di Roberto Ragusa.

«Non è come dice Logli – si difende Cappello –. Stavo solo facendo il mio lavoro. E il fotografo deve essere vicino all’oggetto dell’eventuale immagine. Non è vero che l’ho messo sotto con la macchina». Cappello è un freelance iscritto all’Ordine dei giornalisti con pubblicazione di reportage di cronaca all’estero e, per lo sport, sui campi di calcio italiani. Sue le foto per il caso Ragusa uscite in più occasioni da settimanali a tiratura nazionale. Scatti che raccontano con la distanza del teleobiettivo la quotidianità di Logli e dell’attuale compagna, Sara Calzolaio. E proprio nel pedinamento della coppia, il fotografo è impegnato quel sabato di marzo di quattro anni fa. Dopo aver seguito l’auto di Logli con Sara al suo fianco, Cappello si ferma al semaforo tra la Lungomonte e la Statale Abetone Brennero a San Giuliano Terme. Logli si accorge di quell’auto che gli sta dietro. Blocca la corsa della sua macchina e scende per fotografare con il telefonino il conducente del veicolo che lo stava pedinando e che aveva cercato di fare a lui e a Sara delle foto senza alcuna autorizzazione. È in quel momento che le versioni dell’elettricista e del fotografo divergono. Quando Logli si avvicina scatta il verde e Cappello, secondo la querela, ingrana la marcia e parte centrando il ginocchio sinistro del pedone arrivato davanti alla macchina per identificare il fotografo-pedinatore. L’urto costringe Logli a rivolgersi al pronto soccorso dove lo curano rimandandolo a casa con un referto di 36 giorni. «Stavo lavorando e non ho messo sotto nessuno» giura il fotografo finito sotto processo.

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