Il dolore
Una lezione di libertà tra reale e fantastico
di ILARIA BONUCCELLI
Caparbio, intelligente e capace di andare controcorrente Ecco la “star” dell’Arno che ha conquistato i pisani
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La prima volta che ho incontrato Delfino Zecchino è stato con un bambino in braccio. E non è stato un caso. L’attimo di affinità elettive, piuttosto. Fra i due. Si sono cercati e piaciuti, a prima vista. Non poteva che essere così. Se penso a creature libere, ai limiti dell’anarchia, perfino dell’irriverenza intelligente, quella che mi diverte (e fa pensare) mi vengono in mente entrambi: i delfini e i bambini. Stessa tenerezza, stessa capacità evocativa della magia, di restituirti la bellezza ingenua e incantata del mondo. Quando vogliono loro, però. Mai a comando.
Inevitabile, quindi, l’incontro fra Zecchino e Checco (il bambino) , con me come spettatrice. Privilegiata, a respirare quell’aria di libertà inconsapevole, di possibilità infinite, con la storia, le storie che possono imboccare tutte le strade, andare avanti e indietro, girare su se stesse, senza pentimenti. Il momento perfetto, insomma. Non me lo sono lasciato sfuggire. Come i pisani non si sono lasciati sfuggire il loro delfino, la sorpresa improvvisa, la scelta controcorrente di risalire l’Arno, le spalle al mare, le pinne puntate verso la Torre. Ranieri, Arno, Arnino, Galileo, un nome per ogni gusto e tendenza. Qualcuno ha perfino pensato di battezzarlo come “Rino” (Gattuso, il calcio anche qui) , ma alla fine non si è lasciato ingabbiare nel nome, il delfino di fiume, con la sindrome da salmone. Risalire invece di scendere. Tentare l’impossibile, sempre pronto a strizzare l’occhio ai suoi amici, ma pronto anche a sparire quando annoiato. “Oddio non c’è più”; “Oddio sta male”, le macchie, le maree, il livello dell’Arno, il fango, la piena, la secca. Macché. Solo la libertà di scelta. Forse anche una voglia (malizia o dispetto? ) di tenere tanti fans sulla corda. A me piace pensarlo così. Un po’ vanitoso, appena appena. Più intelligente di tutti noi. Capace di gestirsi, di sapere dove e come muoversi. Tempi e luoghi scanditi solo dalle lancette della libertà. Della possibilità di scegliere il proprio destino. E di compiere un’impresa insolita, senza precedenti.
È così che il delfino dell’Arno mi ha ricordato il mio Delfino Zecchino. I due si devono conoscere. Per forza. Li accomuna una caparbietà di intenti nella quale mi solo imbattuta di rado. Giusto in qualche bambino cocciuto che non riesce a portare a termine un’impresa che considera vitale. Come mangiare il gelato con la forchetta o centrare a bocca, da solo, per a prima volta con il cucchiaio. Entrambi (i delfini) vanno controcorrente. Sono reali, pur conservando quell’alone di “fantastico a portata di mano” che ci fa sperare che il sogno diventi possibile. Sono impegnati in azioni dove resistere è importante quanto esistere. Il delfino dell’Arno sopravvive nel fiume, sfidando tutte le leggi della fisica, della chimica e della biologia. Zecchino, grazie all’amicizia con un bambino e una sgangherata banda di “pescingatori” — pesci investigatori — sconfigge i pirati. E riesce nella sua operazione segreta. Una missione appresa dal mare e dagli uomini: il recupero dei ricordi personali rimasti intrappolati nei bauli naufragati insieme ai galeoni.
Si tratta di un lavoro delicato e irripetibile. Ma irrinunciabile, che non può trascurare i profumi, la consistenza del pensiero, le sfumature. Deve essere compiuto con rapidità e leggerezza, per evitare di compromettere la forma del ricordo. Deformare quello che è stato, riconsegnarlo al legittimo proprietario e a chi viene dopo di lui “macchiato”, stravolto è peggio che averlo perso per sempre. È un’operazione di falsificazione alla quale si è assistito spesso, anche nella storia recente. Nella storia del nostro Novecento. Nella storia delle nostre zone. La memoria collettiva assalita dai tentativi di plagio o di stortura, dalle manipolazioni dirette e indirette: le dilazioni dei processi per le stragi naziste ce lo insegnano. I tentativi di far svanire i ricordi, di nascondere quello che è stato o di farlo passare per quello che non è stato. Non per uno, due o tre anni. Per 60 anni: Sant’Anna di Stazzema, Farneta di Lucca, Vinca e San Terenzo di Massa, il pedule di Fucecchio, tanto per restare nei nostri dintorni. Poi, all’improvviso i processi, una dozzina di anni fa. Agli assassini di civili. Certo c’erano le carte. Ma soprattutto i testimoni: i sopravvissuti. Le loro parole a inchiodare i carnefici. I ricordi nitidi come nell’agosto del 1944. Ancora appiccicati alla linea gotica, mai interrotta. Ricordi di ogni singolo più forti della memoria collettiva. Conservati, uno a uno, gioielli senza splendore, di valore inestimabile. Uguali ai tesori che recupera Zecchino nei suoi bauli affondati. Con pazienza e determinazione. Per conservarli. Con rispetto delle persone alle quali appartengono e sono appartenuti. E come tesoro irriducibile delle persone che verranno. Un tesoro immodificabile. Puro come chi lo tramanda. Perché, mi sono dimenticata di dirlo, i ricordi dei testimoni delle stragi naziste, erano tutti di bambini. E quando sono comparsi in tribunale, non hanno parlato uomini e donne dai volti rugosi. Hanno parlato ancora quei bambini. Da qualche parte hanno incontrato un delfino, sono sicura. Che li ha portati sull’Isola delle Sirene, dove esiste una Biblioteca dei Ricordi, evanescente, dove quel che c’è da conservare viene conservato. E lì tutto è al sicuro. Perché l’Isola non solo non è tracciata sulle mappe. Ma è accessibile solo a bambini e delfini. Gli esseri liberi e puri che mi pregio di conoscere.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Inevitabile, quindi, l’incontro fra Zecchino e Checco (il bambino) , con me come spettatrice. Privilegiata, a respirare quell’aria di libertà inconsapevole, di possibilità infinite, con la storia, le storie che possono imboccare tutte le strade, andare avanti e indietro, girare su se stesse, senza pentimenti. Il momento perfetto, insomma. Non me lo sono lasciato sfuggire. Come i pisani non si sono lasciati sfuggire il loro delfino, la sorpresa improvvisa, la scelta controcorrente di risalire l’Arno, le spalle al mare, le pinne puntate verso la Torre. Ranieri, Arno, Arnino, Galileo, un nome per ogni gusto e tendenza. Qualcuno ha perfino pensato di battezzarlo come “Rino” (Gattuso, il calcio anche qui) , ma alla fine non si è lasciato ingabbiare nel nome, il delfino di fiume, con la sindrome da salmone. Risalire invece di scendere. Tentare l’impossibile, sempre pronto a strizzare l’occhio ai suoi amici, ma pronto anche a sparire quando annoiato. “Oddio non c’è più”; “Oddio sta male”, le macchie, le maree, il livello dell’Arno, il fango, la piena, la secca. Macché. Solo la libertà di scelta. Forse anche una voglia (malizia o dispetto? ) di tenere tanti fans sulla corda. A me piace pensarlo così. Un po’ vanitoso, appena appena. Più intelligente di tutti noi. Capace di gestirsi, di sapere dove e come muoversi. Tempi e luoghi scanditi solo dalle lancette della libertà. Della possibilità di scegliere il proprio destino. E di compiere un’impresa insolita, senza precedenti.
È così che il delfino dell’Arno mi ha ricordato il mio Delfino Zecchino. I due si devono conoscere. Per forza. Li accomuna una caparbietà di intenti nella quale mi solo imbattuta di rado. Giusto in qualche bambino cocciuto che non riesce a portare a termine un’impresa che considera vitale. Come mangiare il gelato con la forchetta o centrare a bocca, da solo, per a prima volta con il cucchiaio. Entrambi (i delfini) vanno controcorrente. Sono reali, pur conservando quell’alone di “fantastico a portata di mano” che ci fa sperare che il sogno diventi possibile. Sono impegnati in azioni dove resistere è importante quanto esistere. Il delfino dell’Arno sopravvive nel fiume, sfidando tutte le leggi della fisica, della chimica e della biologia. Zecchino, grazie all’amicizia con un bambino e una sgangherata banda di “pescingatori” — pesci investigatori — sconfigge i pirati. E riesce nella sua operazione segreta. Una missione appresa dal mare e dagli uomini: il recupero dei ricordi personali rimasti intrappolati nei bauli naufragati insieme ai galeoni.
Si tratta di un lavoro delicato e irripetibile. Ma irrinunciabile, che non può trascurare i profumi, la consistenza del pensiero, le sfumature. Deve essere compiuto con rapidità e leggerezza, per evitare di compromettere la forma del ricordo. Deformare quello che è stato, riconsegnarlo al legittimo proprietario e a chi viene dopo di lui “macchiato”, stravolto è peggio che averlo perso per sempre. È un’operazione di falsificazione alla quale si è assistito spesso, anche nella storia recente. Nella storia del nostro Novecento. Nella storia delle nostre zone. La memoria collettiva assalita dai tentativi di plagio o di stortura, dalle manipolazioni dirette e indirette: le dilazioni dei processi per le stragi naziste ce lo insegnano. I tentativi di far svanire i ricordi, di nascondere quello che è stato o di farlo passare per quello che non è stato. Non per uno, due o tre anni. Per 60 anni: Sant’Anna di Stazzema, Farneta di Lucca, Vinca e San Terenzo di Massa, il pedule di Fucecchio, tanto per restare nei nostri dintorni. Poi, all’improvviso i processi, una dozzina di anni fa. Agli assassini di civili. Certo c’erano le carte. Ma soprattutto i testimoni: i sopravvissuti. Le loro parole a inchiodare i carnefici. I ricordi nitidi come nell’agosto del 1944. Ancora appiccicati alla linea gotica, mai interrotta. Ricordi di ogni singolo più forti della memoria collettiva. Conservati, uno a uno, gioielli senza splendore, di valore inestimabile. Uguali ai tesori che recupera Zecchino nei suoi bauli affondati. Con pazienza e determinazione. Per conservarli. Con rispetto delle persone alle quali appartengono e sono appartenuti. E come tesoro irriducibile delle persone che verranno. Un tesoro immodificabile. Puro come chi lo tramanda. Perché, mi sono dimenticata di dirlo, i ricordi dei testimoni delle stragi naziste, erano tutti di bambini. E quando sono comparsi in tribunale, non hanno parlato uomini e donne dai volti rugosi. Hanno parlato ancora quei bambini. Da qualche parte hanno incontrato un delfino, sono sicura. Che li ha portati sull’Isola delle Sirene, dove esiste una Biblioteca dei Ricordi, evanescente, dove quel che c’è da conservare viene conservato. E lì tutto è al sicuro. Perché l’Isola non solo non è tracciata sulle mappe. Ma è accessibile solo a bambini e delfini. Gli esseri liberi e puri che mi pregio di conoscere.
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