Proteste
Il mago Capanna e l’utopia di fare rete con Firenze
di Renata Viola
Oltre quattrocento pazienti operati dopo il suo arrivo a Cisanello. «Ma i bei concetti cozzano con la realtà»
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PISA. Nelle settimane scorse è stata celebrata in tutto il mondo la quindicesima Giornata contro il cancro infantile. Dal mese di aprile del 2016 Pisa riveste un ruolo di primo piano nella cura degli osteosarcomi, tra cui quello di Ewing, oltre ai tumori delle parti molli, patologie che si riscontrano numerose nell’età pediatrica.
Circa un anno fa, in netta controtendenza con l’esodo che portò a Firenze il chirurgo Rizzo e l’oncoematologo Favre, Rodolfo Capanna, oncologo ortopedico di fama internazionale, da Careggi approdava a Pisa. Dal novembre 2016 dirige la seconda Clinica Universitaria di Ortopedia e Traumatologia dell’Azienda Ospedaliera, oltre a esser diventato professore ordinario. Una svolta, ma anche un cambiamento non indifferente per il reparto di ortopedia, che ha dovuto in parte cedere il passo (e una delle due sale operatorie) ai nuovi interventi. Capanna ha infatti “importato” da Firenze quelli relativi alle grosse patologie tumorali, osteosarcoma e sarcoma di Ewing, compresa la ricostruzione di articolazioni e di grandi segmenti ossei.
«In pratica - illustra Capanna - utilizziamo tre tecniche: operazioni con trapianti massivi dalla banca dell’osso, associazione di trapianti massivi e protesi, sostituzione di articolazioni con mega protesi modulari».
Sempre più spesso la costruzione di protesi su misura avviene con stampante 3D, la nuova frontiera. «È possibile - aggiunge l’ortopedico - avere una visione tridimensionale della lesione grazie alle immagini combinate tra Tac e risonanza magnetica. Si seleziona la parte da espiantare e con la stampante 3D si costruisce la protesi, in metallo poroso». Per ora le protesi in 3D vengono realizzate da ditte esterne, ma «in futuro - ha auspicato Capanna - si vorrebbe implementare una collaborazione con gli ingegneri di Sant’Anna, Cnr e Scuola Normale. C’è un terreno talmente fertile... Vanno avanti anche gli studi con cellule staminali. Questa sì che potrebbe essere davvero una Silicon Valley».
Oltre il 50% dei pazienti operati a Pisa proviene da fuori regione, centro sud, Liguria e Piemonte. In questi mesi sono stati operati oltre 400 pazienti, ma il numero delle operazioni è superiore perché capita a volte di dover intervenire di nuovo sullo stesso paziente. «Trattiamo perlopiù le lesioni tumorali dell’osso - aggiunge Capanna - che comprendono i tumori primitivi ossei e metastasi, oltre ai tumori delle parti molli. Costituiscono l’80% del nostro lavoro. L’altro 20% è costituito da lesioni dell’osso non oncologiche. La priorità viene data all’oncologia nel rispetto dei tempi stabiliti dalla Regione, entro un mese».
Come hanno vissuto questo processo i colleghi e il personale infermieristico?
«Lavoriamo in team all’americana: lì c’è il chirurgo che toglie il tumore e quello che ricostruisce. I colleghi ortopedici sono molto bravi per la parte ricostruttiva, protesi, ricostruzioni legamentose. Anzi, devo ringraziare sia loro che il personale infermieristico, che si sono adattati: sono interventi a cavallo tra oncologia e chirurgia normale e vanno su tutti i distretti chirurgici. L’ideale sarebbe avere più sale operatorie a disposizione, più personale infermieristico, più anestesisti, per ottimizzare al massimo il lavoro dei dieci chirurghi ortopedici, prima erano quindici, ed evadere un maggior numero di richieste».
Professore, in un’intervista in cui anticipava il suo trasferimento a Pisa dichiarò che le sarebbe piaciuto che per questi interventi di chirurgia “pesante” gli ospedali di Pisa e Firenze potessero fare rete. Ci sono i presupposti?
«Domanda delicata, serve una piccola premessa. A mio avviso fare dei centri di eccellenza di riferimento in Italia significa dimostrare di essere all’avanguardia e potervi inviare gli ammalati. C’è da capire quali sono le necessità della popolazione e in base a questo scegliere un numero di centri da spalmare sul territorio. Poiché a Firenze non riuscivamo a fare tutto, quando mi fu data la cattedra qui, pensavo di trasferirmi e di fare il plus che lì non si riusciva a fare, come fosse un centro unico. In tal modo, pensavo di migliorare la situazione di Firenze, perché così l’ospedale avrebbe risposto a tutti, nel contempo non avrei affogato i colleghi di Pisa con questa nuova patologia. Ora, la collaborazione con i colleghi del Careggi, miei allievi, continua nei congressi. A livello istituzionale, benché si parli sempre di rete, del medico che ruota intorno all’ammalato, mi sembra che si verifichi esattamente il contrario. La sensazione è che ogni direttore generale si tenga ben strette le sue eccellenze e non gradisca troppo gli scambi. Insomma, i bei concetti si scontrano con la realtà».
Quindi, non c’è contiguità con Firenze per ora...
«Ho traghettato ammalati qui e di là hanno sentito il calo. Questo mi dispiace veramente, perché dopo aver messo su un centro, quando te ne vai, nel giro di un anno sparisce tutto... Non siamo capaci a costruire qualcosa per il futuro. L’Università forse ha maggiori chance di mantenere un qualcosa».
Professore perché proprio a Pisa?
«Doveva innanzitutto essere un centro universitario e avere i requisiti di Careggi. Io faccio chirurgia pesante, occorreva un network importante e qui l’ho trovato. Serviva una collaborazione tra tutti i chirurghi, toracici, addominali, robotici, plastici, nonché un’ottima radiologia interventistica. Forse come tradizione chirurgica quella di Pisa è anche maggiore di quella di Careggi. Per gli interventi che faccio avevo anche necessità della terapia intensiva, della rianimazione. Ho sempre preferito lavorare nel pubblico e anche quando ero a Firenze collaboravo già con Pisa. I pazienti dopo l’operazione, se ce n’era bisogno, li inviavo qui per la chemioterapia».
Un giudizio sulla sanità italiana.
«Luci e ombre: bene per il fatto che trattiamo chiunque nel pubblico, ma lo trattiamo male, ci vorrebbero degli ambienti più accoglienti, un cibo migliore e maggiore gentilezza. Ma se ci sono due infermieri per venticinque pazienti, la gentilezza scompare. Male per le liste di attesa, sono un problema per chi è in lista e per chi deve fornire il servizio. Qui da noi c’è il problema dei pazienti già operati, che restano per lungo tempo in attesa di trasferimento in strutture convenzionate, qualora vengano accettati. Così si blocca il reparto e le liste di attesa si allungano».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Circa un anno fa, in netta controtendenza con l’esodo che portò a Firenze il chirurgo Rizzo e l’oncoematologo Favre, Rodolfo Capanna, oncologo ortopedico di fama internazionale, da Careggi approdava a Pisa. Dal novembre 2016 dirige la seconda Clinica Universitaria di Ortopedia e Traumatologia dell’Azienda Ospedaliera, oltre a esser diventato professore ordinario. Una svolta, ma anche un cambiamento non indifferente per il reparto di ortopedia, che ha dovuto in parte cedere il passo (e una delle due sale operatorie) ai nuovi interventi. Capanna ha infatti “importato” da Firenze quelli relativi alle grosse patologie tumorali, osteosarcoma e sarcoma di Ewing, compresa la ricostruzione di articolazioni e di grandi segmenti ossei.
«In pratica - illustra Capanna - utilizziamo tre tecniche: operazioni con trapianti massivi dalla banca dell’osso, associazione di trapianti massivi e protesi, sostituzione di articolazioni con mega protesi modulari».
Sempre più spesso la costruzione di protesi su misura avviene con stampante 3D, la nuova frontiera. «È possibile - aggiunge l’ortopedico - avere una visione tridimensionale della lesione grazie alle immagini combinate tra Tac e risonanza magnetica. Si seleziona la parte da espiantare e con la stampante 3D si costruisce la protesi, in metallo poroso». Per ora le protesi in 3D vengono realizzate da ditte esterne, ma «in futuro - ha auspicato Capanna - si vorrebbe implementare una collaborazione con gli ingegneri di Sant’Anna, Cnr e Scuola Normale. C’è un terreno talmente fertile... Vanno avanti anche gli studi con cellule staminali. Questa sì che potrebbe essere davvero una Silicon Valley».
Oltre il 50% dei pazienti operati a Pisa proviene da fuori regione, centro sud, Liguria e Piemonte. In questi mesi sono stati operati oltre 400 pazienti, ma il numero delle operazioni è superiore perché capita a volte di dover intervenire di nuovo sullo stesso paziente. «Trattiamo perlopiù le lesioni tumorali dell’osso - aggiunge Capanna - che comprendono i tumori primitivi ossei e metastasi, oltre ai tumori delle parti molli. Costituiscono l’80% del nostro lavoro. L’altro 20% è costituito da lesioni dell’osso non oncologiche. La priorità viene data all’oncologia nel rispetto dei tempi stabiliti dalla Regione, entro un mese».
Come hanno vissuto questo processo i colleghi e il personale infermieristico?
«Lavoriamo in team all’americana: lì c’è il chirurgo che toglie il tumore e quello che ricostruisce. I colleghi ortopedici sono molto bravi per la parte ricostruttiva, protesi, ricostruzioni legamentose. Anzi, devo ringraziare sia loro che il personale infermieristico, che si sono adattati: sono interventi a cavallo tra oncologia e chirurgia normale e vanno su tutti i distretti chirurgici. L’ideale sarebbe avere più sale operatorie a disposizione, più personale infermieristico, più anestesisti, per ottimizzare al massimo il lavoro dei dieci chirurghi ortopedici, prima erano quindici, ed evadere un maggior numero di richieste».
Professore, in un’intervista in cui anticipava il suo trasferimento a Pisa dichiarò che le sarebbe piaciuto che per questi interventi di chirurgia “pesante” gli ospedali di Pisa e Firenze potessero fare rete. Ci sono i presupposti?
«Domanda delicata, serve una piccola premessa. A mio avviso fare dei centri di eccellenza di riferimento in Italia significa dimostrare di essere all’avanguardia e potervi inviare gli ammalati. C’è da capire quali sono le necessità della popolazione e in base a questo scegliere un numero di centri da spalmare sul territorio. Poiché a Firenze non riuscivamo a fare tutto, quando mi fu data la cattedra qui, pensavo di trasferirmi e di fare il plus che lì non si riusciva a fare, come fosse un centro unico. In tal modo, pensavo di migliorare la situazione di Firenze, perché così l’ospedale avrebbe risposto a tutti, nel contempo non avrei affogato i colleghi di Pisa con questa nuova patologia. Ora, la collaborazione con i colleghi del Careggi, miei allievi, continua nei congressi. A livello istituzionale, benché si parli sempre di rete, del medico che ruota intorno all’ammalato, mi sembra che si verifichi esattamente il contrario. La sensazione è che ogni direttore generale si tenga ben strette le sue eccellenze e non gradisca troppo gli scambi. Insomma, i bei concetti si scontrano con la realtà».
Quindi, non c’è contiguità con Firenze per ora...
«Ho traghettato ammalati qui e di là hanno sentito il calo. Questo mi dispiace veramente, perché dopo aver messo su un centro, quando te ne vai, nel giro di un anno sparisce tutto... Non siamo capaci a costruire qualcosa per il futuro. L’Università forse ha maggiori chance di mantenere un qualcosa».
Professore perché proprio a Pisa?
«Doveva innanzitutto essere un centro universitario e avere i requisiti di Careggi. Io faccio chirurgia pesante, occorreva un network importante e qui l’ho trovato. Serviva una collaborazione tra tutti i chirurghi, toracici, addominali, robotici, plastici, nonché un’ottima radiologia interventistica. Forse come tradizione chirurgica quella di Pisa è anche maggiore di quella di Careggi. Per gli interventi che faccio avevo anche necessità della terapia intensiva, della rianimazione. Ho sempre preferito lavorare nel pubblico e anche quando ero a Firenze collaboravo già con Pisa. I pazienti dopo l’operazione, se ce n’era bisogno, li inviavo qui per la chemioterapia».
Un giudizio sulla sanità italiana.
«Luci e ombre: bene per il fatto che trattiamo chiunque nel pubblico, ma lo trattiamo male, ci vorrebbero degli ambienti più accoglienti, un cibo migliore e maggiore gentilezza. Ma se ci sono due infermieri per venticinque pazienti, la gentilezza scompare. Male per le liste di attesa, sono un problema per chi è in lista e per chi deve fornire il servizio. Qui da noi c’è il problema dei pazienti già operati, che restano per lungo tempo in attesa di trasferimento in strutture convenzionate, qualora vengano accettati. Così si blocca il reparto e le liste di attesa si allungano».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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