Finanza
Pd, nasce un "giglio magico" pisano e Serfogli studia da sindaco
Già pronta a farsi largo una classe dirigente renziana in città dopo la vittoria al congresso. La sinistra del partito: "Alle primarie chi ha lasciato voti Orlando, ricuciamo ciò che Renzi strappa"
PISA. Sono tornati al lessico fast and furious, quasi al vocabolario pop proto-leopoldino. I numeri del congresso sono «impressionanti», ha scritto Matteo Renzi sul suo social post-it a poche ore dalla consacrazione. E il voto nei circoli «ha rivoluzionato la geografia politica in provincia e in città», ha detto a caldo Ranieri Bizzarri, coordinatore provinciale della mozione renziana e fedelissimo del numero due del partito regionale Antonio Mazzeo. Manca solo che qualcuno pronunci la frase feticcio «li abbiamo asfaltati» e poi pare davvero di essere piombati indietro di quattro anni, ai tempi in cui Maria Elena Boschi indossò tacchi maculati a mo’ di scalpo di una ditta giaguara ormai smacchiata.
Insomma, i Rignanoboys sono in piena fase dancing. Come se il Pd non fosse mai andato a sbattere nel referendum del 4 dicembre. Perché, almeno per ora, i numeri — sono convinti i renziani — liquidano con un colpo di spugna l’effetto scissione. «Renzi a Pisa al 55,9% chi se lo aspettava. Ci hanno sottovalutato», confida uno dei giovani. Nel momento di maggiore difficoltà del leader, le sue truppe conquistano la leadership interna del partito proprio laddove la vecchia ditta sembrava ancora resistere. Neppure a Pisa, che quattro anni fa era sembrata uno dei pochi fortini impermeabili al verbo della rottamazione, la sinistra del partito può #stareserena. Così adesso fra i renziani si fa sempre più largo l’idea della candidatura di Andrea Serfogli alla successione di Marco Filippeschi per le amministrative del 2018. Se Renzi sfondasse a Pisa anche alle primarie, l’assessore mille deleghe diventerebbe il nome da imporre ad un’eventuale coalizione con le forze di sinistra.
«Anche Paolo Fontanelli dovrebbe piegarsi», dice un fedelissimo di Mazzeo, pur sapendo che non lo farebbe mai. In fondo, «è impensabile non cercare una convergenza con lui - ha detto Bizzarri - ma il pallino deve restare a noi e il Pd rimane a vocazione maggioritaria», il «partito forte di un leader forte», dice Mazzeo nella sua e-news. Non è un caso che Serfogli abbia già pronta una agenda di “uscite” nei quartieri, passeggiate fra la gente per ascoltare bisogni e richieste. Prove da sindaco insomma.
Ma la storia del renzismo è quella di una corrente caterpillar. E una affermazione ai gazebo, decreterebbe anche l’ascesa di una nuova classe dirigente cittadina finora oscurata da big di cui oggi sembra opacizzarsi l’influenza, da Filippeschi a Maria Chiara Carrozza, dal lettiano Andrea Pieroni al fonanelliano mai uscito Andrea Ferrante. Non è un caso che nei circoli Mazzeo e Federico Gelli abbiano rinunciato a qualche dibattito per dare spazio a giovani come Andrea Cioni o Mario Iannella, Francesca Napoli, universitari, ventenni, che da soli hanno reclutato quasi trenta new entry. E proprio Bizzarri, poi, ex ricercatore della Normale, è stato l’uomo con cui Mazzeo ha alzato il muro di tessere in provincia per assorbire l’ondata orlandiana. Il neo segretario Massimiliano Sonetti è stato il tessitore voluto da Gelli per ricucire con i TtR (i Tutti tranne Renzi), cioè rossiani, fontanelliani, bersaniani, lettiani rimasti nonostante la scissione ma che ancora dialogano con chi ha abbandonato il partito per confluire già in Mdp. Nessuno si dimenticherà di Nicola Landucci, l’uomo macchina che ha saputo farsi da parte e, in nome di una pax con i TtR, rinunciare alla tesoreria dopo aver rimesso in ordine i conti del Pd pisano; e tantomeno di Peppe Forte. Seppure travolto dalle polemiche sul Pisamover, l’assessore si è fuso le corde vocali in autunno per promuovere la riforma.
Insomma, se anche a Pisa nascesse un Giglio Magico avrebbe questi petali. Eppure quella appena conquistata dai renziani rischia di trasformarsi in una egemonia sottile. Renzi potrebbe diventare - a Pisa più che altrove - il leader forte di un partito più debole, fragile e piccolo di quello di oggi (o ieri). Sì perché la vittoria sarebbe comunque interna al partito. Mentre un pezzo di elettorato ha cambiato lido, magari gettandosi nelle braccia di Grillo.
L’elettorato a cui puntano gli “sconfitti”, decisi a coinvolgere alle primarie «cittadini ed elettori, in primis i delusi dal Pd a guida renziana» che «si sono allontanati rifugiandosi nell’astensionismo o nel voto di protesta», scrivono in comunicato congiunto Sandra Capuzzi, Corrado Guidi, Andrea Marchetti, Francesco Nocchi e Andrea Pieroni, in una parola i leader delle varie anime TtR. Una chiamata in vista del 30 aprile per provare ad «ancorare il Pd alla sua natura» e «ricucire quello che Renzi ha strappato», trasformando i Dem in una comunità «fisarmonica», che «cresce ai congressi e si assottiglia nella militanza quotidiana». Ecco, la vecchia ditta a Pisa potrebbe aprire una crepa proprio nella leadership bifronte di Gelli e Mazzeo, il primo più incline al dialogo con la minoranza, il secondo decisamente più intransigente. Insomma un renziano fast and furious.
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