La strategia dei “ribelli” «O rivincita o usciamo»
PISA. Li ha messi tutti in fila Ranieri Bizzarri, uno per uno, i circoli in cui Matteo Renzi è riuscito a ribaltare i risultati di quattro anni fa, quando l’ex premier, da sindaco di Firenze, in...
PISA. Li ha messi tutti in fila Ranieri Bizzarri, uno per uno, i circoli in cui Matteo Renzi è riuscito a ribaltare i risultati di quattro anni fa, quando l’ex premier, da sindaco di Firenze, in Toscana si fermò solo qui. La provincia di Pisa all’epoca era sembrata una sorta di frontiera invalicabile, un fortino impermeabile al verbo della rottamazione e alle sue promesse di rinnovamento. Vinse Cuperlo. Oggi i numeri di quella piccola debacle (e anomalia) sono stati spazzati via, sovvertiti da un voto congressuale che - è convinto il responsabile della mozione renziana - ha «rivoluzionato la geografia politica in provincia e soprattutto in città». In effetti, l’unico Comune di “peso” ancora in pugno alla sinistra del partito resta Pontedera. Il sindaco Simone Millozzi, rossiano ma orfano del mèntore politico, sembra essere stato il solo dirigente Dem della vecchia ditta ad aver arginato la retorica fast and furious dei Rignanoboys pisani, l’unico big ad essere riuscito, con la sua sola influenza, a fermare il caterpillar dell’organizzazione del rottamartore sul territorio. Non è un caso che nei circoli, Antonio Mazzeo e Federico Gelli abbiano rinunciato a qualche dibattito per dare spazio a giovani come Andrea Cioni o Marco Greco e farli duellare con big del calibro di Andrea Pieroni o Marco Filippeschi. Tant’è che ora i giovani esultano: «I vecchini comunisti - dicono - hanno votato Renzi».
Eppure quella appena conquistata dai renziani rischia di trasformarsi in una egemonia sottile. Renzi potrebbe diventare - a Pisa più che altrove - il leader forte di un partito più debole di quello appena (ri)scalato. «Le premesse sono ottime, siamo soddisfatti per i dati comunali e provinciali, superiori sia a quelli regionali che a quelli nazionali. Ora il nostro impegno per recuperare lo svantaggio. Inizieremo fin da subito, con tante iniziative sul territorio», dice Alessandra Nardini, coordinatrice provinciale della mozione Orlando. Certo, potrebbe sembrare tattica: mostrare nonchalance anche di fronte alla disfatta. In realtà, non è del tutto così, a prescindere da quanto sia consapevole quella dichiarazione. «Adesso ci giochiamo tutto alle primarie, ai gazebo chiameremo anche chi è uscito e siamo convinti di poter recuperare il divario. In ogni caso, o la va o la spacca», confessa uno dei “ribelli” rimasti nel Pd e che alla vigilia della scissione partecipò alla Leopolda convocata da Paolo Fontanelli. Ancora quella riunione (sconfessata proprio dai renziani, uno su tutti Mazzeo) resta una sorta di momento “fondativo”, se non di un partito o di una lista civica in vista delle amministrative 2018, certo di un movimento. Mai istituzionalizzata, quell’assemblea per ora ha prodotto due risposte, entrambe coerenti, almeno dal punto di vista della strategia politica: da una parte la nascita del gruppo di Mdp, guidato a Pisa proprio dal deputato dalemiano Fontanelli, dall’altra ha costituito una fronda molto ampia di Dem convinti a rimanere nel partito solo finché ci fosse spazio per poter spostare l’asse del partito e portarlo fuori dalle secche renziane del Jobs act, del voucher, della Buona scuola e soprattutto dal rischio di una deriva populista o gentista di Renzi, dal referendum in poi sempre più spesso costretto a rincorrere la retorica grillina (sul caso Minzolini, ad esempio, si è espresso per la decadenza solo dopo aver capito che sui social il tam tam di Di Maio e Di Battista stava scavando una voragine nei sondaggi).
Adesso è chiaro che il 30 aprile sarà uno spartiacque. E chi finora ha agito da “infiltrato” potrebbe decidersi ad uscire allo scoperto e abbandonare la nave. «Noi ci aspettiamo di veder confluire in Mdp molti militanti dem», gongolava ieri Enrico Rossi. Sì perché se, come pare, Renzi dovesse affermarsi anche ai gazebo, allora nel Pd potrebbe aprirsi una seconda scissione, dunque un secondo esodo e una ulteriore trasmigrazione del consenso elettorale. Non è un caso che perfino Bizzarri ammetta: «Certo, non si può fare a meno di pensare ad una convergenza con Fontanelli per governare Pisa, ma il pallino deve restare a noi».
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