La manifestazione
«C’è stato un problema col pilotino estrattore»
Parla Emiliano Galli, fratello del base jumper 37enne dipendente della Dbs di Pisa morto dopo un lancio con la tuta alare dalle alture di Pietramurata in Trentino
LUCCA. «Nicola era consapevole del rischio che correva, ma non era uno sprovveduto e tanto meno un malato di adrenalina». Emiliano Galli è il fratello del base jumper 37enne morto sabato in Trentino, dopo un lancio con la tuta alare dalle Pareti zebrate di Pietramurata. È scosso per la morte del fratello minore, ma trova la forza di parlare per un motivo semplice: onorare la memoria di Nicola, che lavorava alla Dbs di Pisa e che era fidanzato con Beatrice Bellettini, 26enne di Ponsacco, e dare una rappresentazione veritiera della sua passione per il volo. Alla notizia di un fatto del genere, in molti hanno pensato (e qualcuno l’ha pure scritto su Facebook), «Se la cercano, è uno sport da pazzi». Emiliano, ex esperto base jumper e paracadutismo, ci tiene a spazzare via il campo da facili stereotipi. «Non siamo dei pazzi – tutt’altro – Conosciamo e apprezziamo il dono della vita, ma abbiano una passione che va oltre le cose “terrene”. Chi pratica questo sport lo fa più per una ricerca spirituale, che per un botta di adrenalina. È una ricerca di una libertà, un crescita interiore, una scoperta di sé. Non c’è da sfidare nessuno. Tutti nella vita affrontano un percorso di questo tipo e ognuno lo affronta a suo modo: noi lo facevamo così».
Nicola era un signore dell’aria: quello era il suo elemento e il volo la sua naturale andatura. Si può dire che fosse cresciuto precipitando. Il primo lancio da un aereo l’aveva fatto ad appena 16 anni e da lì non si era più fermata. Senza la terra sotto i piedi era a suo agio, ma non era mai avventato perché sapeva cosa c’era in gioco. L’aveva scoperto sulla pelle della sua famiglia, quando il fratello Emiliano rischiò la vita dopo un lancio dallo stesso punto in cui lui ha trovato la morte. «Era il 10 agosto del 2003 e ci lanciammo insieme dal Becco dell’Acquila – racconta Emiliano – Non era la prima volta che lo facevamo: prima di volare giù ci guardavamo negli occhi, con la consapevolezza dei rischi che c’erano. Quella volta a me andò male. Ci fu un problema e mi sfracellai sulle rocce: fu Nicola a recuperarmi e a chiamare i soccorsi. Mi portarono in ospedale: avevo le gambe maciullate e volevamo amputarle. Lui fece il diavolo a quattro perché facessero venire un chirurgo dalla Germania che era in grado di aiutarmi. Ci riuscì e se oggi riesco ancora a camminare lo devo a lui».
L’incosciente è tutt’altra cosa rispetto al coraggioso: il primo fa le cose senza avere idea delle conseguenze. Il secondo, il coraggioso, agisce consapevole dei rischi che corre e delle sfide che si troverà ad affrontare. Nicola apparteneva alla seconda categoria: «Non accettava mai di fare il passo più lungo della gamba – dice Emiliano – Era molto metodico e aveva riluttanza delle persone che facevano base jumping solo per esibizionismo per o mettere un video da brivido su Facebook. Cosa penso dell’incidente? Forse c’è stato un inconveniente nel momento in cui doveva tirare il pilotino estrattore per l’apertura del paracadute. Lì è andato in autorotazione ed è precipitato».
Non è ancora chiaro quando la famiglia potrà organizzare il funerale. «Speriamo di riuscirci per mercoledì pomeriggio nella chiesa di Colle di Compito, ma ancora non abbiamo la certezza. Saremo più precisi nelle prossime ore».
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