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Don Bosco, i detenuti a scuola di teatro

Don Bosco, i detenuti a scuola di teatro

PISA. L’Odissea come strumento di integrazione e riscatto sociale. Alla casa circondariale Don Bosco si è svolta, in occasione della giornata Nazionale del Teatro in Carcere, una dimostrazione dell’at...

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PISA. L’Odissea come strumento di integrazione e riscatto sociale. Alla casa circondariale Don Bosco si è svolta, in occasione della giornata Nazionale del Teatro in Carcere, una dimostrazione dell’attività laboratoriale della “Scuola di Teatro Don Bosco”, progetto reso possibile dal sostegno di Fondazione Pisa e Regione Toscana. L’evento ha visto protagonista un gruppo di detenuti e detenute che dall’autunno scorso frequentano “La Scuola di Teatro Don Bosco” a cura della compagnia I Sacchi di Sabbia e Francesca Censi. Il progetto dà la possibilità ai partecipanti di essere inseriti in un percorso formativo, anche di messa in discussione di sé, che permette l’acquisizione di una maggiore conoscenza della lingua italiana e delle proprie capacità espressive.

In entrambe le sezioni i gruppi dei partecipanti sono composti per la metà da stranieri (comunitari ed extra-comunitari) e di diverse età, dai 20 ai 70 anni. Il percorso formativo per la sezione maschile si completerà con la realizzazione, a maggio, di una vera e propria messa in scena di carattere collettivo.

«Il percorso di lavoro - dice Francesca Censi, coordinatrice e docente storica del progetto - ruota intorno al testo dell’Odissea di Omero. La ricchezza e il potere immaginifico del testo omerico hanno consentito un lavoro approfondito su moltissime tematiche, prime tra tutte quelle del viaggio e dell’attesa, temi molto sensibili in un luogo come il carcere. Il laboratorio, lavorando su esercizi che privilegiano e soprattutto incoraggiano l’espressione di aspetti creativi ed emozionali, rappresenta, di fatto, un momento di “cura” della sfera emotiva dei partecipanti».

«Siamo molto contenti - dice Gabriele Carli, docente e attore della compagnia I Sacchi di Sabbia - del fatto che il progetto sia stato esteso anche alla sezione femminile, finora rimasta esclusa dal progetto».

«La dimostrazione di lavoro - aggiunge Giulia Solano, docente e attrice della compagnia - per condividere con l’intera comunità del carcere il percorso del laboratorio è stata, per tutte le detenute-attrici ed i detenuti-attori, un’esperienza molto formativa. I partecipanti hanno dimostrato infatti una grande capacità di ascolto e di relazione di gruppo, in un clima disteso e ludico che ha prodotto un divertimento intelligente, sia per il pubblico sia per gli attori e le attrici, e allo stesso tempo un momento commovente e costruttivo».

«Abbiamo osservato - racconta Carla Buscemi, docente e studentessa di Giurisprudenza dell’Università di Pisa - che si è formato un gruppo coeso, collaborativo, con un’identità propria in entrambe le sezioni. E questo pur nella variabilità del numero dei partecipanti ai due gruppi, a seconda dei trasferimenti dei detenuti e delle detenute, che a volte possono intervenire in modo improvviso».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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