Il dolore
Fuga dalla guerra con in tasca paure e sogni
I racconti di tre ragazzi poco più che ventenni «Siamo qui per ricominciare a vivere»
PISA. Chi arriva con i barconi attraversando lo stretto di Sicilia chi invece a piedi o con mezzi di fortuna. Chi viene dall'Africa come Georges Kouame e Faye Ababacar e chi da ancora più lontano come l'afgano Khan Muammad Bilal. Non parlano tutti la stessa lingua, non seguono tutti lo stesso credo religioso ma condividono tutti la stessa sorte: scappano. Da qualcosa, da qualcuno. Tutti hanno perso qualcuno: familiari, amici. Hanno perso le loro vite di prima. Sono migranti. Georges, Faye e Khan sono tre degli ospiti del Podere Lamone sulla Bigattiera a Tirrenia dal febbraio scorso e fanno parte di quei quaranta migranti la cui presenza sul litorale ha scatenato le paure di molti residenti. Tre giovani, ognuno con la propria storia fatta di orrori e paure difficili da comprendere per chi vive in pace e, per sua fortuna, non ha conosciuto le atrocità della guerra e della dittatura. Georges, Faye e Khan sono gli unici che se la sono sentita di raccontarci la loro storia.
Scampato alla morte in mare. Oggi Georges ha venticinque anni ed è arrivato in Italia a novembre del 2014, ma è scappato dalla capitale della Costa d'Avorio dove viveva con la famiglia a soli diciotto anni senza finire le scuole. «Ho lasciato il mio Paese nel 2011 dov'era in atto una guerra civile per l'elezioni presidenziali - racconta Georges - Sentivo che le cose sarebbero precipitate in fretta perché c'erano troppe rivolte. Ho deciso di partire e poco dopo ho saputo che i miei genitori e mia sorella più grande erano rimasti uccisi in uno di questi scontri che oltre ad essere di natura politica sono anche religiosi, cristiani contro musulmani e io sono cristiano. In Costa d'Avorio ho ancora cinque sorelle e un fratello. Prima sono andato in Tunisia dove sono rimasto per due anni e dove lavoravo per una ditta Svizzera. Mi trovavo bene, ma poi c'è stato l'attentato al museo del Bardo e anche la Tunisia è diventata pericolosa e ho deciso di venire in Europa per avere un futuro e la tranquillità. Così nel 2014 sono andato in Libia. Ho raggiunto il confine e lì mi sono unito ad altre persone che conoscevano chi organizzava questi viaggi. Ho pagato 300 euro e tutti abbiamo attraversato a piedi il deserto di notte. C'erano anche delle donne tra cui una incinta, non avevamo né da mangiare né da bere, ci siamo aiutati l'uno con l'altro e siamo riusciti ad arrivare tutti schivando i militari che pattugliano il deserto. Alla fine del deserto ci aspettavano con delle macchine e ci hanno portato vicino alla città di Bergardé da cui sono partito, dove c'era una tendopoli e dove sono rimasto per due mesi. Quando siamo arrivati ci hanno preso i cellulari e abbiamo pagato 500 euro ciascuno, i costi ci vengo detti alla partenza, vogliono solo euro e se non hai i soldi ti abbandonano nel deserto. Continuava ad arrivare gente e quando le condizioni meteo sono state buone di notte ci hanno portato su una spiaggia e c'hanno imbarcato. Io sono salito con altre 450 persone su un barcone. Ero nella stiva e non eravamo ancora in acque internazionali che alle cinque del mattino il motore ha preso fuoco e l'abbiamo spento con i nostri vestiti ma imbarcavamo acqua. La Guardia Costiera Italiana è arrivata alle 17, c'hanno salvato e portato a Siracusa dove ci hanno registrato e poi dall'aeroporto di Catania io e altri siamo andati a Bari dove sono rimasto un anno e mezzo. Lì ho fatto un corso d'italiano, preso il diploma e poi sono venuto a Pisa. Qui ho fatto un corso per diventare volontario della Croce Rossa e ringrazio il presidente Antonio Cerrai che per me ha fatto tanto. Vorrei restituire all'Italia tutto quello che mi ha dato e visto quello che fa la Croce Rossase ci fosse la possibilità di lavorare con loro ne sarei felice».
Il sogno di una laurea in informatica. Anche Faye, trentenne e in Italia da un anno, viene dalla capitale della Costa d'Avorio e anche la sua è una storia di violenza. «Sono vittima di una discriminazione etnica - racconta Faye - Studiavo informatica e nel frattempo lavoravo come igienista dentale. Mio padre invece era un politico e sosteneva un candidato presidenziale di etnia diversa dalla nostra e per questo, alla fine del 2010 degli uomini si sono presentati a casa e davanti a tutta la famiglia hanno detto che era un traditore e l'hanno picchiato a morte. Io ho cercato di difenderlo ma mi hanno colpito, (nel volto sono ancora evidenti i segni delle violenze, ndr), sono svenuto e forse credendomi morto hanno rapito mio fratello più piccolo e l'hanno messo in prigione per quattro anni. L'hanno rilasciato da poco perché si è ammalato. Ogni giorno ricevevamo minacce e mia madre mi ha mandato da suo fratello che mi ha dato i soldi per andare in Mali dove facevo dei lavoretti e sono rimasto per due anni. Poi, un amico che viveva in Libia mi ha invitato ad andare da lui per trovare un lavoro. I primi due anni sono stato bene ma poi sono scoppiati i disordini e non potevo tornare indietro perché i confini erano bloccati. Ho deciso di partire per l'Italia. Per noi africani restare in Libia è pericoloso perché alcuni hanno combattuto con Gheddafi e per questo i magrebini non ci vedono di buon occhio. Se ti trovano per strada ti rapiscono e ti mettono in un campo di concentramento ai lavori forzati e chiedono un riscatto alla famiglia, se questa non paga non esci. Io sono stato fortunato, perché ho conosciuto un libico che mi ha nascosto insieme ad altri per sei mesi fino al momento delle partenza e non ho pagato. Ad un certo punto c'ha portato vicino al mare e nascosti in delle baracche abbiamo aspettato due settimane per imbarcarci su un motoscafo. Dopo ore siamo stati salvati dalla Guardia Costiera italiana che ci ha portato in Sicilia dove ci hanno registrato e poi messi su un autobus per Pisa. Qui ho conosciuto un professore universitario d'informatica che mi fa seguire le sue lezioni. Il mio obiettivo è laurearmi e nel frattempo lavorare come igienista dentale e far venire mio fratello malato».
In fuga dai talebani. Khan, con i suoi ventuno anni è il più giovane dei tre e viene dall'Afghanistan. Anche sua sorella e suo padre nel 2015 sono stati uccisi dai talebani perché il padre, ogni volta che si presentavano, si rifiutava di dargli l'acqua o ricovero. «Io stavo lavorando e mi ha avvertito mia madre di quello che era successo dicendomi di non tornare a casa perché i talebani mi stavano cercando ma di andare da suo fratello - racconta il ragazzo - Mio zio ha fatto tutto e mi ha pagato il viaggio però non so quanto. Insieme ad altri ho attraversato di notte il confine con l'Iran un po' in macchina e un po'a piedi e quelli erano i momenti più pericolosi perché se ci prendevano i soldati iraniani ci arrestavano. Dopo dodici giorni siamo arrivati in Turchia mangiando solo pane e acqua e da lì a piedi ho attraversato la Bulgaria, la Serbia, l'Ungheria dove mi hanno arrestato ma sono riuscito a scappare dal campo dopo un mese, ho passato l'Austria e una volta a Trieste mi sono presentato alla polizia italiana come perseguitato politico, status che poi mi è stato riconosciuto. Dalla Turchia all'Italia c'ho messo quattro mesi. Ho trascorso un mese in un campo e dopo mi hanno mandato a Pisa dove ho iniziato un corso d'italiano riservato ai rifugiati politici. So da mio zio che mia madre e i miei due fratelli più piccoli si sono trasferiti ma neanche lui sa dove. Li sta cercando un mio amico di scuola. Vorrei un qualsiasi lavoro e far venire la mia famiglia».
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