Proteste
Bimba morta a Calambrone, la baracca degli orrori è ancora lì
Tutto come un anno fa in quelle stanze dove regna l’indifferenza che ha ucciso la piccola Samantha. Non è più sotto sequestro, ma il Comune non l'ha mai ripulita
CALAMBRONE. Devono averla trovata qui, distesa sul materasso ora ricoperto di briciole di intonaco e muffa, qui deve essersi spenta piano piano negli ultimi giorni, dopo le botte, la febbre, le convulsioni, l’ipotermia. Una tenda rossa arrotolata a un cavo elettrico, i sandali e una scarpetta rosa che riluce di brillantini sul pavimento nero, sporco. Sul comodino il cartone di una pizza, l'ultimo acquisto di Tonino Krstic, un pacchetto vuoto di Marlboro rosse ai piedi del letto, una scatola di Tachipirina sul cassettone, gli stivali con i tacchi che indossava Juana Francisca De Olmo annegati nella polvere. Intorno vestiti, scatole, lettere, lattine di birra, barattoli, stracci di umanità perduta.
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Ogni tanto risuona l’eco di passi fin sotto la tettoia, e pensi che qualcuno si aggiri ancora nella baracca per davvero e che a far vibrare le staccionate azzurre affacciate alla dune di Calambrone non sia un uomo che fa footing o il passaggio di un suv, e allora ti chiedi se davvero Samantha possa aver vissuto qui, dietro i muri bianchi e verdi sbrecciati. E ti dici che no, la sera del 27 aprile, un anno fa, forse non sono mai arrivati i soccorsi, non hanno trovato il suo corpo nudo, senza vita, ricoperto di lividi, dei segni delle cinghiate sulla schiena, le ferite sull’addome, il costato, la testa rasata. Non hanno trovato la vittima di Tonino, il serbo di 32 anni che oggi la procura accusa di omicidio. Poi, dopo un attimo, il fruscio ricomincia a scavare nelle tue convinzioni. Ti costringe ad uscire, muoverti fra i rifiuti, frugare, scoprire.
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E pare impossibile, ma dopo un anno c'è ancora un rubinetto aperto al 395 di viale del Tirreno. Nessuno ha mosso più un dito nella casa degli orrori. L'acqua scorre e piove ancora in un lavello melmoso, da un tubo giallo che si infila fra le pareti, e si interra diretto verso il mare poco prima della strada. Questo locale per Tonino era diventato una casa anni fa, ci aveva scaricato la sua vita sbandata e dall’estate del 2015 l’aveva fatta diventare un rifugio anche per Francisca e Samantha.
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Dopo la tragedia, un anno fa, si scoprì che era di proprietà del Comune. «Nessuno ci aveva mai allertato, non sapevamo ci vivesse una famiglia», giurò l’assessore Sandra Capuzzi. Quella vecchia pizzeria era stata affidata a un privato, si era aperto un contenzioso in cui le parti si rimpallavano la responsabilità della riqualificazione e nel frattempo era stata occupata. Eppure, a un anno di distanza, è ancora tutto come prima. Sebbene non sia più sotto sequestro, confermano i carabinieri. È vissuta qui Samantha, da invisibile, e anche dopo la morte sembra essere destinata a rimanerlo.
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È vissuta qui anche se non c'è nulla che faccia pensare alla vita: un tavolaccio in legno ricoperto di padelle sporche e arrugginite, un frigorifero annerito, fornelli, uno spazzolino da denti rosa e il dentifricio sul davanzale di una finestra, a pochi metri da uno sgabuzzino pieno di bombole per il gas, ferri vecchi, arnesi da meccanico, un'aia piena di rifiuti, oggetti informi e forme inutili che forse Tonino ha usato per farla giocare o forse per ferirla, punirla, scaricare la sua rabbia. Sembra impossibile, ma è tutto fermo, cristallizzato all'aprile di un anno fa, questo posto, così come l'hanno lasciato i carabinieri nell'ultimo sopralluogo, quello in cui Francisca ripercorse le ultime ore della figlia.
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C'è ancora il braciere che indicò agli inquirenti, quello in cui il serbo bruciò la cinghia, le scarpe e il bastone con cui colpiva la piccola di tre anni. Da come sono disposte le cose, sembra non esserci stata logica, nessuna abitudine quotidiana, nessuna cura per la vita. Ogni oggetto sembra essere fuori posto, la veranda è un ossario dei sogni e della disperazione: materassi, reti, ferraglia, spazzatura, una minestra marcisce ancora in una ciotola, l’Atala con cui Tonino dicono portasse la bimba a comprare le caramelle è rotta, senza un cerchione, poi un pallone di stoffa, un monopattino scolorito, un’orologio da parete, finito nel fango, fermo all’una e mezzo, e una cintura, forse, chissà, una di quelle con cui la colpiva, e spranghe di ferro nella bocca del forno.
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In una casupola c’è un triciclo rosso e giallo, vicino a un passeggino, un letto sfatto, un televisore 32 pollici. Via, viene voglia di fuggire, vomitare. E poi di rientrare. Possibile che quella stanza sia stata l’ultima spiaggia di Samantha? Chissà se Francisca le ha cantato una canzone prima della fine su questa branda? O se ogni parola si è seccata col libeccio come i fiori e i peluche lasciati un anno fa da chi, turbato dal clamore di questa storia, venne ad appendere una preghiera per «il piccolo angelo». Venne alla stamberga dei fantasmi affacciata sul mare, oggi abbandonata alla sua natura morta, dove il tempo scorre indifferente da un rubinetto.
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