Il Tirreno

Pisa

La Procura: «È omicidio volontario»

di Mario Neri
La Procura: «È omicidio volontario»

Si aggravano le accuse nei confronti di Kristc. Ieri in aula il terribile racconto delle ultime ore di vita di Samantha

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PISA. Tonino Kristc pensava solo a se stesso. E lei, forse, era l'unica ad averlo capito. Piangeva Samantha, gridava ogni volta che lui tentava di avvicinarsi. Perché ogni volta lui, cavolo, se faceva paura. Ormai non gli bastavano più le botte, gli schiaffi, i calci, i colpi sulla testa, non si accontentava di inzuppare la sua cinghia in un secchio d'acqua e poi frustarla sulle cosce fino a sbollire la sua rabbia. No, quest'uomo seduto davanti alla corte d'assise del tribunale di Pisa - che secondo l'accusa l'ha subissata di brutalità fino a farla morire - sembrava nutrirsi della sua stessa natura ferina. Così, più la bimba si schermiva allontanando il patrigno dall'amore della mamma, più lui scaricava la sua furia su di lei. Tonino non ha mai pensato davvero alla salute della piccola. Avrebbe potuto salvarla, ne ebbe anche l'occasione, ma tentò solo di proteggere se stesso. Prima di quella ai soccorritori che avrebbero ritrovato Samantha nuda e senza vita la sera del 27 aprile 2016 sul pavimento lurido di una stamberga a Calambrone, fece una chiamata al 118 nel pomeriggio, ma indicò all’ambulanza l'indirizzo sbagliato.

Un tassello decisivo della storia che un anno fa sconvolse Pisa e che ieri ha convinto il pm Giancarlo Dominijanni a chiedere alla corte di aggiungere all'accusa di maltrattamenti anche quella di omicidio volontario per il 32enne nato a Roma, origini serbe, ritenuto responsabile della morte della bambina di tre anni e mezzo. Ora Tonino rischia l'ergastolo. «La bimba stava male. Ma lui al telefono chiese solo cosa avrebbe dovuto fare per curare una bimba con la febbre a 32, poi quando dall'altra parte gli chiesero dove ci trovavamo, lui diede la strada sbagliata», racconta in aula Juana Francisca De Olmo, 34enne domenicana, madre della bimba. Quel gorgo di botte, violenze, sopraffazione quotidiane l'aveva fatta ammalare fine ad ucciderla, e Tonino l'ha voluto, è convinto il pm, che contesta l’aggravante della crudeltà. «Io piangevo, volevo che li richiamasse, ma mi minacciò con un piccone. La piccola era quasi priva di coscienza - racconta in aula Francisca, di fronte ai giudici Pietro Murano e Raffaella Poggi e alla giuria popolare - Mi diceva: "Se muore dobbiamo portarla via, in un bosco, se ci scoprono prendo 30 anni, hai capito?!" e diceva anche "Ti seppellisco qui con lei se non la rianimi e chiami i soccorritori o i carabinieri"». È la seconda udienza del processo al suo ex compagno. Maglietta nera, fisico palestrato, la guarda senza battere ciglio.

Anche Francisca è imputata: maltrattamenti, per non essersi opposta alla violenza di quello che lei racconta essere stato un carceriere. «Ci teneva prigioniere, ci minacciava, non mi lasciava mai sola, temeva potessi scappare». Ha scelto il rito abbreviato, ma ieri era la testimone chiave. E a confermare il suo racconto ci sono anche le intercettazioni acquisite dal nucleo investigativo dei carabinieri all'epoca guidato da Michele Cataneo. «Furono due le chiamate al 118 - racconta il capitano - Una alle 15.54. Nel pomeriggio la piccola era ancora viva, tant'è che in sottofondo si sente la sua voce». Ma Kristc decide di sviare i soccorsi, e invece di indicare viale del Tirreno «parla al 118 di piazzale Genova 5, un civico co in centro a Pisa». L'ultima chiamata, inutile, arriva alle 19.14. Quando l'ambulanza della Palp di Marina arriva sul posto, «Samantha non risponde già più alle manovre di rianimazione, né al defribillatore e all’adrenalina», raccontano i soccorritori. «Se quell’ambulanza fosse arrivata, poteva essere salvata», dice il medico legale Alessandro Bassi Luciani. Il racconto di Francisca sembra una lenta traversata verso l'orrore, anche se lei sembra quasi navigare senza turbamenti. È lucida, precisa, ma è uno scudo psicologico. Ripercorre le tappe della storia con Kristc. Inizia tutto a fine novembre 2014, parla di un amore sbocciato in chat. Di quello vecchio infranto in pochi mesi. Stefano Castagnino, il marito con cui ha avuto un altro figlio oggi quindicenne e da cui è tornata dopo la tragedia, la ascolta due banchi più indietro.

Ma dopo poco, quest'uomo dalla fedina penale piena di denunce e reati, furti, rissa, lesioni e maltrattamenti, perfino due condanne per violenze, si rivela per quel che è. Cominciano le prime violenze, lei torna a Rapallo. È il maresciallo della stazione di Tirrenia, Giuseppe La Cognata, a metterla su un treno per la Liguria. ma poi di nuovo a Calambrone a ottobre 2015. Il marito la cerca per sapere della figlia, ma dopo pochi mesi crolla ogni contatto. «Mi riempiva di botte, mi controllava messaggi, chiamate. Mi trattava come una schiava. Se fossi fuggita mi avrebbe ripreso e… iniziò a picchiare anche la bimba». Tonino chiamava Samantha "demonio". «Lei piangeva, e più piangeva, più lui si arrabbiava. Prima le botte, poi i capelli». Anche i genitori del serbo decidono di fuggire, anche loro sopraffatti dalla paura e dalle violenze. Picchia il fratello, il babbo, e soprattutto Samantha. «La sollevava come un pacco, la strattonava, la lasciava cadere, e quando riapriva il pugno i riccioli piovevano come polvere. Fu lui a rasarla. Non voleva si vedessero le ferite - aggiunge Francisca - Una volta l'ha afferrata per le orecchie fin quasi a strappargliele; un'altra, sulla spiaggia, le ha infilato un pugno di sabbia in bocca, stava per soffocare. «Se muore la lasciamo in acqua», mi diceva». La fine è un'escalation «La bimba si ammalò, aveva la febbre, ma lui continuava, usava la fibbia, un bastone, una scarpa». Li ha bruciati tutti in un braciere, i carabinieri hanno trovato solo il metallo della cintura. «Oppure la bagnava con l'acqua gelida e la rinchiudeva, in punizione sotto il letto». Dice febbre ma il termometro segna appena 32,5gradi. Ipotermia. La «sera prima di morire ebbe le convulsioni«. Poi arrivò l'alba del 27 aprile, «era sfinita», l'ambulanza dirottata nel pomeriggio, e infine il crepuscolo, e i soccorsi allertati troppo tardi, costretti a sollevare dal pavimento di un una casupola di cartoni ferraglia rifiuti il corpo nudo di una bimba vissuta in «condizioni disumane», dice chi l’ha trovata inerme, pieno di ecchimosi, sulla coscia sinistra, sull'addome, il pube, il fianco, le cicatrici sul viso, i segni delle cinghiate sulla schiena, l'impronta di una scarpa sul costato. «Io avevo provato a dire a Francisca di lasciarla a me - dice Castagnino ai giudici - mia madre, sua nonna, l'adorava, bionda, amorevole, docile, con lei sembrava sempre in un limbo di pace, ma poi se n'è andata, spenta da un tumore». E sarà forse solo l'allucinazione di una bambina ormai stravolta da una crudeltà nichilista, ma quali sono state Francisca - chiede il pm - le sue ultime parole? E dopo un'ora di deposizione senza tradire una vibrazione della voce, anche lei crolla, frana in un pianto disperato il ricordo della figlia. «Mamma, stanotte ho sognato una signora bionda, mi chiamava, voleva andassi da lei».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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