Il Tirreno

Pisa

Migranti, case cantoniere contro l’escalation

di Mario Neri
Migranti, case cantoniere contro l’escalation

La prefettura bypassa i Comuni e va a caccia di edifici del Demanio. Arrivi raddoppiati rispetto a un anno fa. «Posti finiti»

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PISA. La prima sarà pronta fra due, massimo tre settimane. Il tetto sfondato, le mura impregnate d’acqua, per rimettere in sesto la casa cantoniera requisita dalla prefettura fra via Ippica e l’Aurelia la Croce Rossa ha dovuto avviare una robusta ristrutturazione. Ospiterà circa 15 migranti. Ma non sarà l’ultimo “cuscinetto” da aggiungere alla rete delle strutture destinate all’accoglienza. Un altro vecchio avamposto dell’Anas è stato sgomberato proprio due giorni fa alla Figuretta. Isolati, non troppo lontani dai centri abitati ma a distanza dalle case, abbastanza da disinnescare le reazioni di pancia dell’opinione pubblica prima che a cavalcarle siano partiti e leaderini dei populismi: casolari, vecchi stabili demaniali, caserme abbandonate, poderi di proprietà pubblica sono diventati la via di fuga scelta dal prefetto Attilio Visconti da un’emergenza che rischia di far naufragare il modello toscano dell’ospitalità diffusa voluto dal governatore Enrico Rossi.

Una strategia alternativa a quella delle chiamata pubblica lanciata con un bando da 18 milioni di euro pochi giorni fa per scovare sul territorio 860 nuovi posti. Sì perché l’allarme quest’anno sembra essere suonato in anticipo. Dal primo gennaio ad oggi sono giunti in provincia di Pisa 320 richiedenti asilo. Nello stesso periodo, un anno fa, i pullman del ministero dell’Interno ne avevano accompagnati 121. Non solo. Dal maggio del 2015 ad oggi i profughi assistiti da cooperative e associazioni sul territorio sono quintuplicati: da 274 sono passati a 1.350, distribuiti in 98 strutture, non più in una cinquantina come un anno e mezzo fa. Anche questo non è un dato secondario: è aumentato in modo consistente il numero di migranti per struttura. La media è salita da 6 a quasi 14 richiedenti per centro.

«Sebbene da parte delle amministrazioni ci sia collaborazione - dicono in prefettura - i posti sono finiti e con la stagione calda riprenderanno gli sbarchi, se non si trovano posti rischiamo che il sistema vada in tilt, per questo stiamo cercando case cantoniere e edifici demaniali. Potrebbero rivelarsi un serbatoio alternativo fondamentale in vista di una nuova escalation dei flussi dalle coste libiche». In realtà, a guardare i numeri, proprio la ritrosia dei sindaci starebbe per segnare un point break nella gestione dell’accoglienza. In quella che si annuncia come la fase più incandescente dell’emergenza umanitaria, i Comuni per la prima volta stanno mostrando una cinica freddezza. Il bando si chiuderà fra qualche giorno, e per ora solo due o tre privati, con l’intermediazione di due sindaci, si sarebbero fatti avanti proponendo immobili. Per questo il piano di Visconti sembra inevitabile. La caccia a strutture “leggere”, da massimo 30 posti, sarebbe l’unica via d’uscita dalla prospettiva delle tendopoli. Anche perché finora a sobbarcarsi il carico dell’accoglienza sono soprattutto quattro Comuni su 37 del territorio pisano: 395 migranti si trovano a Pisa alloggiati in 16 centri, 331 a San Giuliano, 95 a Cascina. Esatto, la “riluttante” cittadina conquistata nemmeno un anno fa dalla leghista Susanna Ceccardi è uno dei Comuni solidali, uno di quelli a tenere alta la bandiera delle virtù civiche della Toscana a dispetto dei sit-in con pecore e della retorica salviniana dei respingimenti. Motivo? Sono i prefetti i registi dell’accoglienza, liberi di bypassare i sindaci. Sono tre invece i municipi recalcitranti, a zero stranieri: Calci, Lajatico e Orciano Pisano. Per ora non hanno offerto posti per l’assistenza dei profughi. Che per la gran parte, in provincia, continua ad essere appannaggio della Croce Rossa. «Le strutture che ci vengono affidate non sono nostre - dice il presidente della Croce Rossa, Antonio Cerrai - ma per poterne fare dei centri temporanei d’accoglienza ci investiamo molto. E ogni volta, che sia l’università come successo con il Podere Lamone o Anas con la casa cantoniera, il soggetto pubblico si ritrova dal nulla un valore aggiunto che confidiamo possa essere riutilizzato per progetti sociali».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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