Italia
Picchiata e segregata col figlio lui li rapisce e fugge all’estero
Iniziato il processo in contumacia per un 38nne marocchino residente in provincia I servizi sociali: «Riuscimmo a darle un rifugio, ma è tornata dal marito. Forse costretta»
PISA. Da due anni non ne hanno più notizie. È uscita dal centro antiviolenza per tornare da lui, l’uomo che l’aveva tenuta segregata, l’aveva picchiata, maltrattata, violentata e abusata per anni davanti al figlio di sei anni. «L’ha riportata in Marocco, ha avuto un’altra figlia ed è scappato con loro», continuano a dire in paese ai carabinieri che cercano di rintracciare Amira e i figli (nome di fantasia). La cercano per provare a convincerla, e tentare di sottrarla di nuovo alla furia del marito, un operaio di 38 anni negli per anni domiciliato nel Valdarno pisano e per cui ieri è cominciato di fatto un processo in contumacia. Le accuse formulate dal pm Flavia Alemi sono per lesioni, maltrattamenti in famiglia e violenza sessuale, ma seppure venisse condannato, difficilmente sconterà la pena, a meno che l’Italia non riesca a farlo estradare o lui stesso compia un passo falso, tornando a trovare i parenti rimasti in Toscana. Furono gli assistenti sociali a scoprire la storia di Amira. E solo perché avvertiti dalla scuola del figlio. Insospettiti dalle assenze del bimbo da scuola, insegnanti e dirigente scolastico allertarono i servizi. «Siamo dovuti andare molte volte a bussare alla porta prima di riuscire a farci aprire - dice in aula una delle assistenti sociali - Eravamo venuti a sapere che spesso i vicini sentivano grida e botte provenire dalla casa, soprattutto di notte, ma il marito le impediva di aprire, la teneva prigioniera. Alla fine siamo riusciti a convincerla». Una volta aperta la porta per le addette si spalanca un abisso. «La casa era in condizioni igieniche disastrose e Amira era piena di lividi sul volto, sulle cosce, sul costato. Solo arrivati in sede cominciò a liberarsi e ci raccontò tutto. Lui beveva, “è matto”, ci diceva. La picchiava in continuazione, aveva perso il lavoro e andava a rubare. E spesso, tornando a casa di mattina, se non aveva rimediato nulla, diventava una furia». All’inizio Amira accetta di farsi accompagnare in una casa famiglia per donne abusate con figli piccoli. «È capitato anche che lui abbia voluto rivedere il figlio in una struttura protetta, ma provò addirittura a rapirlo», racconta un’altra assistente, «era una furia». Alla fine però Amira, nel 2014, decide di uscire volontariamente dal rifugio. «Da quello che siamo riusciti a sapere è tornata da lui - racconta il maresciallo che ha svolto le indagini - Hanno avuto un’altra bimba e poi sono tornati in Marocco. Ma non è chiaro se lei sia tornata da lui spontaneamente o perché costretta e minacciata».
Mario Neri
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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