Il Tirreno

Pisa

Maria c’insegna a piangere

di Cristiano Marcacci

Caruso autrice del libro-guida per gestire il lutto in classe e tra gli adolescenti

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PISA. I fiori dell’impegno a contenere il dolore adolescenziale e ad impedire che la voglia di futuro venga turbata in modo irreparabile. Sono quelli con cui rendiamo omaggio, nel giorno della festa della donna, alla dottoressa Maria Caruso, nata in Venezuela da genitori siciliani emigrati, dal 1981 in Toscana e residente a Pontedera.

La sua pluriennale esperienza, prima come infermiera poi come capo ferrista di sala operatoria, coordinatrice della centrale operativa del 118 ed ora con una posizione organizzativa al settore della promozione dell’educazione alla salute dell’Asl pisana (con un occhio di riguardo per i progetti regionali relativi a scuola e comunità), è basilare affinché anche nelle classi e tra gli studenti si possa parlare dei lutti e di come affrontarli e gestirli. Spesso, quando la morte piomba in giovane età e sconvolge la quotidianità di interi gruppi di amici o scolaresche a causa della perdita di un compagno, i docenti sono impreparati e non sanno quali strumenti mettere in pratica. Principalmente a loro è rivolto il libro “Insegnanti smarriti”, di cui è appunto coautrice Caruso (insieme ai medici lucchesi Sergio Ardis e Moreno Marcucci) e che è dedicato alla delicata e complessa gestione del lutto. «Si tratta quasi - dicono dall’azienda Usl Toscana nord ovest - di un azzardo letterario, che però è riuscito a coniugare narrativa e aspetti tecnico-scientifici su una materia molto difficile».

La protagonista è Claudia. «Una ragazza - si spiega nelle prime pagine del libro - che come ogni essere umano pensa a vivere e non a morire, fino a quando un giorno, all’improvviso, a causa di un incidente stradale, diventa una giovane che non ha dolore, non ha autonomia, non ha amici con cui uscire, non ha un fidanzato per San Valentino». Fuori dalla camera in cui si trova a pochi passi dalla morte definitiva, ha lasciato un vuoto e tanti punti interrogativi. È a questi che il libro di Caruso cerca di dare risposte. Le hanno cercate ed anche trovate i compagni di classe di Claudia, attraverso la scrittura, le loro storie, i ricordi e le emozioni.

Una storia vera. Bella ma terribile. «Mentre ci lavoravo - ci dice Maria Caruso - ho pianto per dieci giorni. Sono madre, ed ecco perché ho deciso di scrivere il libro in prima persona. I ragazzi vengono aiutati a scrivere una lettera per salutare Claudia e così fanno i suoi insegnanti. Lei, poi, risponde a tutti. Infine, le scrivo anch’io, identificandola con l’arcobaleno. Tutte le volte che ne vedo uno mi viene in mente lei».

«L'introduzione narrativa - aggiunge Caruso - è necessaria per attivare quelle parti del cervello che ci consentono di imparare a “saper fare” e a “saper essere” di fronte ad una situazione tanto difficile come il lutto. Sfogliando le pagine del libro, dopo aver letto il racconto, troviamo anche la parte più propriamente tecnica, tipica di un manuale scientifico».

La conclusione è infatti affidata ad un vero e proprio vademecum riassuntivo per gli insegnanti, coi dieci consigli per un’adeguata elaborazione del dolore rispetto ad una perdita in classe. Il lutto ha una funzione, non è una sofferenza inutile; ogni lutto ha una sua durata, dipendente dal tipo di legame; il lutto viene vissuto con pensieri ma soprattutto attraverso le emozioni sperimentate; non giudicare mai nessuna emozione; non giudicare negativamente l’eventuale rabbia; il pianto deve essere ascoltato; il lutto è un lavoro che assorbe energie (chi si trova in questa situazione ha meno energie per fare altre cose); non è fondamentale parlare, è assolutamente prioritario ascoltare; facilitare l’esecuzione di rituali; aiutare nel lutto è un atto che necessita di tutta l’umanità possibile.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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