Il Tirreno

Pisa

È Pisa la capitale delle dottoresse primarie in corsia

di Mario Neri
È Pisa la capitale delle dottoresse primarie in corsia

Su 98 unità operative ben 27 sono quelle guidate da donne: il dato più alto in Toscana

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PISA. Una spiegazione c'è, ma non è l'università il "pianeta" che sta facendo salire la marea. Anzi, quello è ancora un polo di gravità maschilista, un freno, una secca a cui ancorare i vecchi tabù di genere, un porto di bonacce per i dottori, spazzato appena da qualche folata rosa. E lo dicono i numeri del ministero della Sanità, non le opinioni. Senza la zavorra dell'accademia, le "medichesse" al comando fra Cisanello e Santa Chiara rappresenterebbero il 40% del totale.

Un record non solo in Toscana, ma probabilmente in tutta Italia. Poco importa, però, perché l'Aoup da noi vanta comunque il primato: fra le aziende sanitarie della regione è quella con il maggior numero di donne al timone di un reparto. Su 98 unità operative, l'Azienda ospedaliero-universitaria pisana conta 27 primarie. Ai vertici del 28% delle strutture, cioè, ci sono dottoresse. Quasi un capo su tre è donna. Il confronto con gli altri due policlinici universitari toscani è impietoso. A Siena sono affidate ad una guida femminile 16 strutture complesse su 78 (il 20,5%), a Careggi appena 17 su 131 (il 13%). Nessuna delle nuove Aslone nate dalla riforma della sanità voluta da Enrico Rossi, poi, tiene il passo. Solo un confronto con le vecchie e piccole Asl piazzerebbe davanti quella pisana (37,8% di direttrici) e quella senese, dove la percentuale è sopra il 30%. Laggiù, in coda, ci sarebbero Empoli e Viareggio, con solo il 12,5% e il 12,9% di primarie.

Ma per Cisanello e le aziende universitarie, appunto, ai calcoli del ministero, in cui rientrano solo i medici ospedalieri, dipendenti del sistema sanitario nazionale, vanno aggiunti gli universitari. E negli atenei, si sa, incarichi di vertice e carriere non sempre sono determinati solo dal merito. E non è un caso forse che, con grande scorno dei puristi dell'accademia, molte direttrici ospedaliere abbiano ricevuto il titolo di "prof" dall'università di Pisa.

Per qualunque motivo siano state promosse, lo meritavano. È scientificamente provato. Secondo uno degli ultimi studi sfornati da Harvard, le donne medico hanno più intuito nelle diagnosi, una propensione naturale all'ascolto, ad accudire il malato, sono più meticolose e scrupolose nelle visite. Se curati da loro, avremo maggiori possibilità di guarire e soprattutto minori probabilità di incorrere in ricadute. Gli studiosi statunitensi hanno esaminato le cartelle cliniche di un milione e 586mila ultrasessantacinquenni. E quelli presi in carico da dottoresse hanno fatto registrare tassi di mortalità più bassi (l'11,07% contro l'11,49% dei pazienti dei camici bianchi uomini) e meno ricoveri ripetuti (15,02% contro 15,57%). Non abbastanza per stabilire una gerarchia, certo. Ma per sfatare certi tabù sì. Se fino a pochi anni la chirurgia poteva essere considerata off limits per le donne, quasi tutte "condannate" a diventare pediatre, ginecologhe, anestesiste, oggi forse non è più una enclave per machi del bisturi. «Lo è ancora se continuiamo a considerarli tali, per me sono solo chirurghi, punto. Forse dovremmo solo avere più autostima di noi» dice Franca Melfi. Il capo della Chirurgia robotica è anche una delle componenti dell'associazione Cardiotoracic women, una "sorellanza" di bisturi al femminile, e guai a parlare di quote rosa. «Ho avuto ciò che sognavo, adesso vorrei fare da mèntore per le giovani leve». Ormai i camici "rosa" nel policlinico pisano sono il 70%.

«Fino a pochi anni fa, sette iscritti su otto a medicina erano donne, dove sono finite? Perché ce ne sono così poche ai vertici?» dice Liliana Dell'Osso, primaria di psichiatria. Lei si è conquistata l'eredità di un maschio alfa della medicina, Giovan Battista Cassano. Nel 2000 è stata il primo ordinario e psichiatra donna a diventare primario. Nel 2000, non negli anni ruggenti del femminismo. «La verità? Il mondo accademico è ancora maschilista, lobbistico. In Italia la carriera universitaria è un affare di genere. Ed è anche questo sistema di potere ad innescare le fughe di cervelli. Tre mie allieve, validissime, oggi sono all'estero perché avrebbero meritato una carriera brillante e sapevano che qui non l'avrebbero trovata».

Certo, qualcosa è cambiato, ammette Maria Grazia Bongiorni, direttrice di una delle Cardiologie diventata uno dei "brand" del policlinico in tutta Europa. «Nessuno può più permettersi di governare un reparto dall'alto di una cattedra, oggi bisogna lavorare sul campo, a fianco dei propri collaboratori, e noi per natura difficilmente saliamo sul piedistallo. Ma restano resistenze culturali e strutturali che rendono più difficile il cammino di una donna nella sanità. La figura del primario brizzolato, bello, alto, che cammina sicuro in reparto, è un cliché ancora in auge. Ad alcune delle dottoresse del mio team, magari giovani e piccolette, al primo impatto pazienti e loro familiari si rivolgono chiamandole "infermiera", eppure sono medici tostissimi, capaci di dare filo da torcere a molti maschi». Essere donna e medico è difficilissimo. «Se avessi avuto figli - confessa Bongiorni - probabilmente non sarei dove sono. Per diventare primario, o anche semplicemente un medico, una donna è costretta a sacrifici enormi, e questo solo in Italia. Gli ospedali da noi non hanno strutture in cui poter lasciare i bambini e questo è il Paese in cui ancora oggi, nei colloqui di lavoro, alle donne viene chiesto se pensano di volere una maternità».

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