Sicurezza
Rubava ai genitori per pagare il pizzo ai bulli
Via al processo a carico del capo di una baby gang: il minore costretto a consegnare oltre 15mila euro
PISA. «Dài sfigato, dacci i soldi, vieni qua». Oppure: «Non ti azzardare a reagire, altrimenti ti riempiamo di botte». A volte, per Marco (il nome è di fantasia) arrivavano davvero. Pugni sferrati al costato, di nascosto all’autista, lui accerchiato dal branco.
Era diventata un’ossessione. All’inizio si trattava di scippi. I bulli lo braccavano, lo tenevano fermo, gli tappavano la bocca, e gli sfilavano gli spiccioli dalle tasche, 2 euro e mezzo, massimo cinque. I soldi per comprare la merenda. Alla fine aveva ceduto, le minacce contro di lui, la mamma, la paura che quegli assalti si trasformassero in incursioni contro la famiglia l’aveva convinto a cedere al ricatto della baby gang. Così sul bus che ogni mattina viaggiava verso la scuola pagava il suo pizzo alla banda.
Otto ragazzi, quasi tutti minorenni a parte uno, sono al centro di un’inchiesta dei carabinieri partita nel maggio 2013 diventata esemplare per spiegare dinamiche e funzionamento di un fenomeno che soprattutto nelle periferie italiane sta diventando quasi sistemico, spesso sintomo di un tessuto sociale in cui sistemi educativi e integrazione non funzionano. Perché la storia di Marco, residente nel Valdarno pisano, all’epoca dei fatti un adolescente di 15 anni, è quasi un archetipo di cosa dove possa subire una vittima di bullismo. Ieri quell’indagine, coordinata dal pm Giancarlo Dominijanni, ha compiuto un primo passo.
A Pisa è cominciato il processo a carico del capo della gang, l’unico maggiorenne del gruppo (per gli altri procede il tribunale dei minori). Marjan Gjergji, 22 anni, origini albanesi ma anche lui residente nella zona deve rispondere di estorsione. Secondo l’accusa, era al vertice di una organizzazione. I bulli, quasi tutti stranieri e tutti riconosciuti durante le indagini, avevano preso di mira la loro vittima, capito di poterla spremerlo ricoprendolo di insulti, minacce, ricatti, in qualche caso anche botte, imprigionandolo in una rete di paure da cui non riusciva più a uscire.
«Dopo i primi tempi - racconta in aula il maresciallo dei carabinieri che ha svolto le indagini - si era convinto ad obbedire alla banda e ha cominciato a derubare i genitori. Soldi, gioielli, orologi, in pochi mesi ha prosciugato beni e risparmi che padre e madre tenevano nella cassaforte di casa, l’ha ripulita, consegnando di fatto nel tempo ai bulli un bottino superiore ai 15 mila euro, escludendo peraltro i soldi delle merendine sottratti al giovane nella fase iniziali delle vessazioni».
Mario Neri
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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