Il Tirreno

Pisa

Delfino dell'Arno: pronta la maxi operazione per riportarlo in mare

di Danilo Renzullo
Il delfino dell'Arno fotografato il 3 marzo (foto Muzzi)
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Il delfino dell'Arno fotografato il 3 marzo (foto Muzzi)

Pisa, intanto le escoriazioni sul dorso del tursiope sono aumentate e destano preoccupazione

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PISA. La sua voglia di stupire non si è ancora esaurita. Le precarie condizioni fisiche del delfino dell'Arno, visibilmente peggiorate negli ultimi giorni, non permettono però più indugi. Il cetaceo della specie tursiope che dallo scorso 31 dicembre popola le acque cittadine, sarà riaccompagnato verso il mare. Probabilmente già la prossima settimana, quando è previsto un miglioramento delle condizioni meteorologiche.

Con una maxi-operazione mai tentata prima (molto più sofisticata di quella messa in campo dopo il primo avvistamento dello scorso dicembre) che vedrà impegnati biologi marini, veterinari ed esperti del settore. Che, per pianificare nei minimi dettagli quella che viene definita un'azione «estremamente complicata e delicata», si sono riuniti ieri sulle sponde dell'Arno, tra il ponte dell'Aurelia e il ponte della Ferrovia (dove il mammifero è tornato giovedì scorso) per valutare le diverse opzioni che potrebbero essere messe in campo per accompagnare il delfino verso la salvezza e provare alcuni strumenti che potrebbero favorire il suo ritorno in mare.

La lunga permanenza nel fiume e soprattutto l'ultima piena dell'Arno stanno infatti mettendo a dura prova la sopravvivenza del cetaceo. Il cui corpo ha iniziato a riempirsi di quelle che ad un occhio inesperto possono sembrare delle grosse e strane bolle, ma che per i biologi marini che quotidianamente monitorano gli spostamenti e lo stato di salute del mammifero potrebbero trattarsi di ferite provocate dal contatto con tronchi, rami ed altri oggetti, successivamente infettatesi anche a causa dell'inquinamento del fiume e della scarsa presenza di sale rispetto alle acque marine.

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Escoriazioni ed infezioni che si stanno allargando molto velocemente sulla delicata cute dell'animale (subito dopo la piena erano comparse sul lato destro, venerdì erano ben visibili anche sul fianco sinistro e vicino alla pinna argentata) le cui condizioni, nonostante la grande vitalità del delfino (i tempi di respirazione e i movimenti sono sempre regolari), hanno iniziato a preoccupare seriamente i ricercatori che da oltre due mesi cercano di dare una spiegazione scientifica a quella presenza in un fiume tanto insolita quanto rara.

Venerdì, i biologi marini dell'Arpat e del Cetus, si sono riuniti insieme al coordinatore dell'Osservatorio toscano per la biodiversità e due veterinari dell'Istituto zooprofilattico di Pisa per valutare i diversi aspetti della maxi-operazione di salvataggio che potrebbe concretizzarsi la prossima settimana con il supporto di diverse imbarcazioni e l'impiego di barriere fisiche o sonore.

Strumenti, quest'ultimi, utilizzati dai pescatori per tenere lontani i delfini dalle reti ed impiegati anche ieri dai ricercatori (con un'imbarcazione messa a disposizione dalla Canottieri Arno) per valutare le reazioni del cetaceo, che ha "risposto", ma solo in parte, alle sequenze di ultrasuoni emesse dal dispositivo. Il cui salvataggio è chiesto a gran voce anche dalle sue migliaia di "ammiratori", che sul web hanno avviato una raccolta firme per chiedere al Comune, alla Regione e all'Arpat di attivarsi per riportare in mare il "delfino di Pisa".

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