La manifestazione
Mensa, contestato l’aumento delle tariffe
PISA. «È uno scandalo, l'ennesimo aumento a danno degli studenti». È una bella giornata di sole quella che apre il marzo pisano dopo due giorni di nuvole e pioggia, ma l'aria che tira in ambiente...
PISA. «È uno scandalo, l'ennesimo aumento a danno degli studenti». È una bella giornata di sole quella che apre il marzo pisano dopo due giorni di nuvole e pioggia, ma l'aria che tira in ambiente universitario è tutt'altro che serena. Il motivo? Il rincaro dei pasti alle mense universitarie. A partire da ieri, infatti, «per far fronte all'incremento dei costi dei servizi», come spiega l'Azienda Regionale per il Diritto allo Studio Universitario (Dsu) sono state introdotte le nuove tariffe che regolano l'accesso degli studenti al servizio di refezione, con un aumento generale dei costi. Se nulla cambia per i borsisti, che continuano a beneficiare di due pasti gratuiti al giorno, la situazione si fa un po' più complicata (e dispendiosa) per i paganti. Fino al 28 febbraio, infatti, le fasce di reddito prese in considerazione per differenziare il costo dei pasti universitari erano "soltanto" tre, con un pasto completo che andava dai 2,80 euro a un massimo di 4. Con l'applicazione delle nuove tariffe, invece, una delle soluzioni messe in campo dal Dsu per rispondere alla problematica sulla gestione dell'Iva aperta quest'anno dall'Agenzia delle entrate, sei diverse fasce di reddito disciplinano altrettante fasce di costo: pagano 2,80 euro gli studenti con reddito inferiore a 22mila euro, 3 quelli con reddito tra 22mila e 30mila, 3,50 tra 30mila e 45mila, 3,80 tra 45mila e 60mila, 4 tra 60mila e 75mila e 4,50 quelli appartenenti alla fascia di reddito più alta.
«È un aumento troppo alto, non commisurato alla mediocre qualità del servizio, che distanzia i paganti dai borsisti», pensa ad esempio Claudio Di Giorgio, appoggiato dall'amica Chiara, che propone l'addebito a questi ultimi della cifra simbolica di 0,50 centesimi per «ridurre il dislivello e assicurare maggiore equità». «Il problema non è tanto la mensa quanto i criteri inappropriati che definiscono le fasce di reddito - aggiunge invece Nicolas Genovesi - le quali di rado individuano la reale situazione economica degli studenti». L'unico a pensarla diversamente sembra Danilo Ferretto, convinto che «un'azienda che ci dà tutti questi servizi faccia bene a tutelarsi». Il quale, tuttavia, è uno studente borsista. Scettici riguardo l'utilità dell'aumento delle tariffe sono invece i rappresentanti dell'organizzazione studentesca Sinistra Per..., in presidio fuori dalla mensa: «Riteniamo poco furba la soluzione adottata dall'azienda - commenta infatti Mariangela Clemente, rappresentante degli studenti nel cda del Dsu - considerato che la prima fasciazione introdotta nel 2012 (quando si è passati dalla tariffa unica alla prima differenziazione per reddito, ndr), ha avuto come conseguenza un significativo calo dei paganti nell'uso del servizio che potrebbe riproporsi».
Enza Chiappone
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