Sicurezza
Il delfino dell'Arno ferito dall’ultima piena
Graffi, escoriazioni e anche infezioni sul corpo dell’animale. L’Arpat: «Aspettiamo di saperne di più dai veterinari»
PISA. Lui, indomito, ha resistito alla piena. L’ha affrontata e, seppur a fatica, l’ha vinta. L’ingrossamento dell'Arno rischia però di mettere fine ad una favola durata due mesi. Gli esperti sono in attesa delle valutazioni dei veterinari, ma i tronchi, i rami e i vari oggetti trasportati dal fiume rischiano di mettere a dura prova la permanenza nell'Arno del delfino che dallo scorso 31 dicembre popola le acque cittadine.
Sulla parte destra del corpo del cetaceo della specie tursiope sono apparse quelle che ad un occhio inesperto possono sembrare grosse bolle (nella foto in alto di Fabio Muzzi), ma che secondo i biologici marini dell'Arpat potrebbero essere varie escoriazioni aggravate da infezioni dovute probabilmente anche all’acqua (sporca) dell’Arno.
Gli esperti che quotidianamente studiano gli spostamenti e lo stato di salute dell'esemplare di delfino adulto di circa vent'anni (da mesi sono al lavoro i biologi marini del Cetus, il centro di ricerca viareggino che monitora il branco di circa 250 tursiopi che staziona tra l'Arno e la Versilia, e quelli dell'Arpat) non hanno ancora elaborato una "diagnosi" specifica, ma secondo l'Agenzia per la protezione ambientale quelle apparse sul corpo del mammifero potrebbero essere delle lievi ferite che, anche se apparentemente non gravi, iniziano a destare preoccupazione. «Siamo in attesa delle risposte e delle valutazioni dei veterinari - sottolinea Cecilia Mancusi, biologa del settore mare dell'Arpat - ma potrebbe trattarsi di una serie di semplici escoriazioni provocate dal contatto con la vegetazione che caratterizza i bordi del fiume o con il materiale trasportato dall'Arno, successivamente infettatesi».
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Il continuo contatto con l'acqua dolce ha infatti "ammorbidito" la delicata cute del cetaceo che, "scontrandosi" con oggetti, rami e tronchi, va incontro a delle piccole lesioni, aggravate dalla scarsa salinità del fiume e dal suo inquinamento. Condizioni che gli esperti continuano a monitorare e a confrontare giorno dopo giorno, cercando parallelamente di dare una spiegazione scientifica ad un fenomeno mai avvenuto prima in Europa che sfocerà in una pubblicazione che gli studiosi del Cetus presenteranno ed illustreranno il prossimo giugno a Roma durante il convegno internazionale di biologia marina.
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Nel frattempo il tursiope continua ad attrarre una grande folla di curiosi che, negli ultimi giorni, è però costretta ad abbandonare mestamente i lungarni tra il ponte dell'Aurelia e il ponte della Ferrovia, dove il delfino era solito stazionare fino alla scorsa settimana. Le piogge e la successiva piena dell'Arno hanno costretto il mammifero marino ad abbandonare, sabato scorso, quel tratto di acque, spingendosi fino al ponte dell'autostrada. I tentativi di risalire pian piano il fiume, spingendosi lunedì scorso a poche centinaia di metri dal ponte dell'Aurelia (probabilmente segno della volontà di tornare nei pressi di lungarno Leopardi), sono stati rallentati ieri dalla forte corrente che ha spinto nuovamente il cetaceo nel tratto di acque tra il ponte del Cep e quello dell'autostrada, una zona di fiume più larga dove la corrente diminuisce e la "resistenza" del delfino diventa meno faticosa.
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