La protesta
Logli, il 3 febbraio si decide per l’arresto
Attesa per la decisione del Tribunale del Riesame sulla richiesta del pm dopo la condanna a 20 anni. Sono passati cinque anni senza Roberta
PISA. Obbligo di dimora, lì da dove Roberta è sparita nella notte fra il 13 e il 14 gennaio di cinque anni fa, lì dove da quasi un mese vive accanto ai figli da colpevole dell’omicidio e della distruzione del corpo della loro madre. Oppure il carcere.
Un altro bivio dopo la condanna a 20 anni, quello che attende Antonio Logli il 3 febbraio, il giorno in cui i giudici del Tribunale del Riesame si riuniranno per decidere se accogliere o meno la richiesta del procuratore capo Alessandro Crini e del pm Aldo Mantovani.
Per i magistrati non è sufficiente la misura cautelare disposta dal gup Elsa Iadaresta il 21 dicembre scorso con la sentenza. Il gip non aveva ritenuto ci fossero il pericolo di fuga e di reiterazione del reato e aveva accordato a Logli la possibilità di attendere l’appello a casa.
Così l’elettricista della Geste, condannato a 20 anni per l’omicidio della moglie Roberta Ragusa, ha l’obbligo dia restare in casa ogni giorno dalle 21 alle 6 di mattina e a non superare i confini di San Giuliano e Pisa. Nessuna altra restrizione. Può andare a lavorare, può uscire per fare la spesa o andare al cinema. Adesso sarà il Riesame a valutare se ci siano le condizioni per una misura più severa.
Certo, la giudice Iadaresta ha rigettato la richiesta degli avvocati Roberto Cavani e Saverio Sergiampietri. I legali di Loglii si sono visti negare la revoca dell’obbligo di dimora. E così anche loro ora si appellano ai giudici di Firenze.
Il verdetto del 3 febbraio potrebbe essere decisivo per provare a far ripartire una strategia difensiva e presentarsi in appello con qualche carta in più per sperare in una riduzione della pena se non addirittura con la speranza di riuscire a ribaltare la sentenza emessa dal gup in abbreviato.
Cavani e Sergiampietri certo dovranno provare a dimostrare che non è attendibile la testimonianza di Loris Gozi, l’uomo che ha raccontato di aver visto Roberta litigare con il marito in auto, poco lontano dall’abitazione di via Dini a Gello, proprio nella notte della sua scomparsa.
Se invece il Riesame accogliesse la richiesta della procura, la strada dell’appello si farebbe in salita. Insomma, la storia giudiziaria sul caso Ragusa non sembra affatto chiusa. E intanto domani ricorreranno i cinque anni dalla notte in cui Roberta, a 44 anni, sparì nel nulla. Perfino la Cassazione, rigettando il proscioglimento, è stata netta: Roberta, ha chiarito, ha fatto una fine violenta, la sua è una delle tante troppe storie di femminicidio che popolano le cronache italiane. E per questo, Maria Ragusa, una delle cugine di Roberta, si sfoga su Facebook contro chi critica la giustizia e chi ha condannato Logli.
La «giustizia - scrive - è garantista fino all’ultimo grado di giudizio, ha risparmiato il carcere a chi non si è degnato non solo di cercare la madre dei suoi figli, ma anche e soprattutto degnato di rispondere e collaborare chiudendosi in un ostinato, crudele e beffardo silenzio».
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