Gioco
Caso Ragusa, fra flash, legali in fuga e mitomani: il tribunale sembra Pamplona
Dopo tre ore di camera di consiglio, la giudice si ferma a correggere la sentenza durante la lettura. L’avvocato di Logli “semina” i giornalisti, e la "mandria" di inviati e cameraman stende l'Albero di Natale
PISA. Abbattuto. Due palle rosse e brillantinose rotolano per venti centimetri, poi anche loro finiscono sotterrate dalla selva. Crak. L'albero di Natale, un cameraman ha appena abbattuto l'albero di Natale. Era lì da un paio di giorni, unico segno di dolcezza nell’atrio del tribunale, sempre un po' cupo e inquietante com'è questo posto stretto nello stile razionalista. Passata l'onda, qualcuno poi lo tirerà su, mezzo spelacchiato e storto. Ma per ora è sparito. Pisa sembra Pamplona. Telecamere, giornalisti, fotografi e curiosi, come una mandria di tori, gli sono saliti sopra. Hanno appena letto la sentenza sul caso Ragusa. E Roberto Cavani, legale di Antonio Logli, testa incassata nelle spalle, chiuso in un mutismo inviolabile, è in testa al gruppo. Un fuggitivo.
Ed è inutile che si affretti a dire «buon Natale a tutti, ma non commento la sentenza». Niente. Nessuno di noi capisce bene neppure perché, ma da lì in poi scatta una caccia furiosa. La scena è quasi surreale: decine di cronisti, quelli della Rai, Sky, Quarto Grado, Pomeriggio5, Storie vere e un sacco di altre trasmissioni in cui la vita sembra sempre in diretta lo rincorrono senza pudore come in un gigantesco nascondino organizzato intorno al tribunale.
L'inseguimento è temerario: piazza della Repubblica, via Giusti, i più caparbi e allenati arrivano fino all'angolo fra via Giovanni di Simone e via Lalli, di fronte alla questura. Ma Cavani, impassibile, non cede: «Buon Natale, aspettiamo le motivazioni per commentare». Ultimo atto, sembra il finale avaro di un giorno amaro. Non commenta la difesa, non commentano i pm, e soprattutto non commenta lui, il grande accusato, Antonio Logli da Gello, perché lui non c'è. Non è venuto. Il verdetto gliel'hanno comunicato per telefono, o magari l'ha visto su qualche sito, dalle dirette Facebook e tv cominciate dalle 8. S'è tappato in casa, a Gello, le persiane chiuse.
Prevista per le 13, la sentenza arriva con 40 minuti di ritardo, suspence doverosa per un caso destinato scrivere un capitolo fondamentale della storia dei noir italiani. Dagli schermi della garitta delle guardie giurate la lettura del dispositivo è un salto indietro nel tempo. Schermo in bianco e nero. Il giudice, Elsa Iadaresta, arrivata di mattina presto e puntualmente accerchiata dai flash (ma la selva si muoverà come uno sciame da un angolo all’altro dell’atrio ad ogni nuovo ingresso: pm, avvocati, parenti...), legge in piedi. La camera di consiglio è durata tre ore e mezzo. In aula, davanti a lei, non c’è pubblico. Il rito abbreviato non lo prevede. Il volto teso, si ferma, con la biro corregge qualche passaggio, riprende. Poche righe, durissime: Logli condannato a 20 anni per l’omicidio delle moglie Roberta Ragusa, obbligo di dimora, via la potestà genitoriale. L'uomo giudicato responsabile della scomparsa della moglie Roberta, di aver strappato la madre ai figli, adesso per i figli scompare come padre.
«Condannatelo questo bast…, gli italiani vogliono verità, se non lo condannate smetto di pagare le tasse», ha urlato per tutta la mattina uno dei mitomani venuti a seguire il processo. «Bravi avvocati, bene così», grida alla fine - prima di venir finalmente allontanato - all'indirizzo di Nicodemo Gentile e Antonio La Scala, responsabili regionale e nazionale dell'associazione Penelope, che si occupa della tutela delle donne scomparse. Il disturbatore e un tipo con la barba da Marx, rimasto immobile e in silenzio vicino a un cespuglio nell'atrio, sono un po' l'immagine estrema di quanto questo caso abbia catalizzato gli umori d'Italia.
Ché infatti son venuti tutti, ma proprio tutti quelli che contano, gli inviati di Mediaset e Chi l'ha visto?, che a ruota gli altri giornalisti fanno a gara a requisirsi per i Facebook live, i commenti, i pronostici, le interpretazioni pre-sentenza e post-sentenza. Dopo la fuga, infatti, la selva riprende posto all’ingresso del tribunale. Ai microfoni scorrono gli avvocati, le cugine della Ragusa, il superteste Loris Gozi, per cui una inviata di Pomeriggio5 ha organizzato una colletta benefica. Ma alla fine vien da pensare a quell’abete di palle e addobbi abbattuto. Andato giù, come quella famiglia a Gello, precipitata a Natale con la condanna di Antonio e una (prima) ultima parola sul destino di Roberta.
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