Il Tirreno

Pisa

La strada in salita del fallimento pilotato

di Mario Neri
La strada in salita del fallimento pilotato

Senza cessione sarebbe l’unico scenario per salvare il titolo

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PISA. L'esempio di scuola l'ha offerto l'Ascoli due anni fa, ma a salvare speranze e sogni dei tifosi lì arrivò un big dell'industria farmaceutica, l'italo canadese Francesco Bellini, che del capoluogo piceno è soprattutto un figlio. A Pisa per ora è uno spettro che nessuno vuole evocare, perché all'orizzonte non ci sono capitani d'azienda pisani e mecenati del calcio "puri" pronti a sostituirsi a Giuseppe Corrado.

Eppure, a meno che nelle prossime ore non ci sia un nuovo colpo di scena, la strada del “fallimento pilotato" sembra l'unica via d'uscita dalla Pis-agonia, l'unica luce in fondo a un tunnel lungo mesi e mesi di trattative estenuanti. È solo uno scenario, un'ipotesi, che abbiamo ricostruito insieme a due noti commercialisti pisani e potrebbe permettere al Pisa di proseguire il campionato e restare in B, almeno fino a fine stagione. «Nella giurisdizione, ovviamente - racconta uno dei due - il termine "fallimento pilotato" è una definizione di comodo per intendere una procedura fallimentare con l'airbag, che consentirebbe alla squadra di mantenere il titolo e la categoria». Vediamo come. Sappiamo che Carrara Holding ha appena approvato un bilancio con un passivo di 1,8 milioni. Un deficit che i Corrado avrebbero dovuto/potuto ripianare con una ricapitalizzazione. Ma se la ricapitalizzazione non avvenisse entro il 30 dicembre la palla passerebbe nelle mani del revisore. A quel punto sarà lui dover chiedere ai Petroni di ottemperare «senza indugio».

È una formula tecnica, che non comporta scadenze prefissate ma deve suonare come un imperativo. «Di solito - spiegano ancora i due esperti - si apre una finestra temporale di due mesi, ma con questo clamore mediatico e gli occhi puntati addosso di una città intera il revisore potrebbe velocizzare, e a quel punto i Petroni avrebbero al massimo un mese di tempo». Dopodiché si apre un bivio: «O il revisore chiede ai Petroni di portare i libri in tribunale per avviare il fallimento pilotato o lo fa direttamente lui».

Attenzione, però. Seppure di fronte alle sollecitazioni del revisore che chiede di procedere ad un iniezione di liquidità, i Petroni potrebbero procedere ad una trattativa e dunque ad una vendita. Anche se questa è un'ipotesi remota. «Davanti alla prospettiva di comprare ad un'asta fallimentare, nessun pretendente vorrebbe anticipare», avvertono i due esperti. Non è un elemento da poco. Perché ci fa capire quanto potrebbero essere determinanti gli ultimi giorni dell'anno. Una volta salito sullo scivolo della procedura fallimentare, infatti, il Pisa non potrebbe tornare indietro. Anche se quello del revisore dei conti non è l'unico aut aut a cui potrebbero trovarsi di fronte i Petroni. «Prima di dichiarare fallita la società, anche il giudice deve dare un po' di tempo ai suoi amministratori di procedere alla ricapitalizzazione. Svanita anche quest'ultima opportunità si apre la strada per un fallimento con il paracadute». Che significa? «Che il giudice divide la società in due rami diversi; una parte "civilistica", e cioè quella con i debiti legati alle forniture di gas, luce, telefoni, alberghi, materiali, servizi; l'altra, una parte "sportiva", che erediterebbe gli attivi legati al titolo (i 2 milioni di contributi per il passaggio in B che la Lega deve ancora versare al Pisa) e i passivi connessi al pagamento del personale, giocatori e tecnici. Bene, un curatore fallimentare nominato dal giudice dovrà impegnarsi, tramite una asta fallimentare, a vendere quest'ultima parte, cioè il patrimonio della società ad una nuova società che poi potrà saldare i debiti accumulati dai Petroni con i creditori. È l'unica strada per evitare il fallimento puro, che comporterebbe la perdita del titolo, cioè una ripartenza dai dilettanti».

Unica incognita i tempi. «Un'asta non potrebbe venir formalizzata prima di aprile-maggio, mentre le fideiussioni basterebbero a pagare stipendi ai giocatori per due mesi da gennaio. Il rischio è che in molti decidano di fuggire".

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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