Il Tirreno

Pisa

il reportage

L’ex oasi "rossa" si ribella: «Noi, dimenticati a favore dei privati»

di MARIO NERI
L’ex oasi "rossa" si ribella: «Noi, dimenticati a favore dei privati»

A I Passi cancellati alcuni progetti di riqualificazione. «Ma nel Piu è spuntata un’opera che non ci serve»

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Non è nemmeno più chiaro se la crisi sia iniziata con la crisi, quella economica di otto anni fa, o se invece sia tutto frutto di un'eredità più antica e diluita nel tempo, un orizzonte di concause ormai difficile da mettere a fuoco. E dunque nessuno sa con esattezza da quando il villaggio si sia circondato di erba alta, e i muri rossi e gialli ricoperti di crepe ammuffite, imbrattati da writer annoiati e infelici, le strade riempite di buche e bitorzoli di asfalto e radici. E perfino chi abbia premuto l'interruttore per l'emorragia demografica. «Ché qui ai tempi d'oro c'erano 2mila residenti, mentre è un miracolo se siamo in 800 con gli studenti universitari che prendono in affitto le ex case popolari da chi è scappato in altre zone».

Certo uno come . Stefano Del Corso qui è quasi un eroe. Folle, ma un eroe. Come certi irriducibili eremiti o incorreggibili ottimisti, proprio mentre I Passi passavano, scivolando fuori dall'agenda politica e istituzionale, lui due anni fa ci ha aperto la sua vineria. È l'unica attività sotto i portici di via De Sanctis. Gli altri bandoni sono tutti giù. Al di qua di via XXIV Maggio, oltre a lui, ci sono una lavanderia e un assicuratore. Stop, il resto dei fondi è sfitto. «Facevo l'operaio, ma mi sono ammalato - racconta - ce l'ho fatta ma i miei polmoni non sono più gli stessi. Ho dovuto reinventarmi. Ma è un miracolo se ci vado pari. Se solo qualcuno aprisse qualche altra bottega e se facessero qualcosa per il quartiere, tipo togliere il passaggio a livello, allora…».

Ai Passi il "Piu" lo aspettavano da anni. O, almeno, i residenti speravano che quell'acronimo fosse la loro àncora di salvezza. "Progetti di innovazione urbana", nel linguaggio burocratico dell'Europa e della Regione. «Non c'era tutto ciò che serviva - dice Michele Fabozzi, presidente del comitato di quartiere - ma abbastanza per cominciare a rivitalizzarlo. Invece sono arrivati i tagli e le modifiche del Comune». Sulle «decurtazioni» ha lanciato l'allarme Palazzo Gambacorti più di un mese fa: arriveranno 7 milioni in meno dei 13,3 che la Regione si era impegnata a versare per un ammontare totale previsto di 16,6 (anche se poi vedremo che non è andata proprio così). «Aumenteremo il cofinanziamento per realizzare tutte le opere previste», promise poi l'8 novembre l'assessore Ylenia Zambito.

Evidentemente qualcosa è andato storto. «Lunedì 28 novembre - continua Fabozzi - i dirigenti comunali sono venuti a presentarci il progetto rivisto alla luce dei tagli e molti degli interventi sono stati depennati». Nei fogli portati dai tecnici, su ogni voce priva di coperture economiche hanno tracciato un riga. Così la residenza per gli anziani si farà, il centro diurno per disabili no, gli orti sociali sì, il percorso-vita nel nuovo parco lungo via Giordani no, lo spazio per il mercato e le feste c'è, addio al recupero del centro sociale oggi sede delle Scuola di musica Bonamici e del sindacato pensionati della Cgil.

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Il centro sociale, appunto. Questo edificio anni '60, oggi ricoperto di scritte e sul retro frequentato da tossici, era «un punto di aggregazione», racconta Riccardo Baronti, ex ferroviere che ai Passi è tornato a vivere dopo la pensione. In questo villaggio sorto all'epoca dei piani-Fanfani e di Ina-Casa, è un simbolo dello scollamento fra la politica, il partito e questa periferia. Un tempo enclave della “base”, ora propaggine geografica e sociale in cui la linea rossa s'è spezzata. «Nel recupero di questo posto ci speravamo - continua Baronti - quando ce ne hanno parlato, all'inizio, ci immaginavamo che oltre alla scuola di musica, sarebbe potuta nascere una biblioteca, postazioni internet, un ambulatorio per un medico, un presidio quanto sarebbe stato utile se ci fosse stato per la bimba morta alla materna? Insomma, un posto per la gente. Invece niente, il recupero non è più previsto, ma in compenso è spuntato un nuovo auditorium da 180 posti. Sì, esatto, un'altra costruzione, altro cemento che prima nel progetto non c'era. Ma a chi serve? La scuola di musica, intendiamoci, è una bella realtà, ma perché spendere soldi pubblici, soprattutto se pochi, per un privato?».

Il dubbio poi è che l'auditorium cresca al posto delle altalene e del prato oggi al servizio dell'asilo nido, il cui ampliamento per l'appunto rientra fra i progetti sacrificati. E non è più prevista neanche la demolizione del "pallone". Fino a poco tempo fa, sotto il tendone bianco del Comune alla fine di via Cuoco si allenavano le promesse della scherma allevate da Antonio Di Ciolo, ma da quando il maestro ha costruito la sua nuova palestra nei campi a ovest è abbandonato e minacciato da una selva di canne e rampicanti simili ad una mangrovia urbana. «Secondo il Piu, al posto del pallone doveva nascere un nuovo impianto sportivo: un'altra cosa che poteva esserci utile e ridare smalto a questo posto, farlo diventare di nuovo appetibile per le giovani famiglie - dice Alessandro Casini, uno dei residenti più attivi del comitato - Ma sa che le dico, che questo quartiere non è più un serbatoio di voti, hanno mollato la cima». E in effetti I Passi sembrano un luogo fantasma, quasi come i villaggi olimpici nella fase post-olimpiadi. Potenzialmente belli, di fatto semi deserti e assediati dall'incuria, ma soprattutto implosi in un vuoto progettuale.

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«Edilizia popolare, strade e palazzi orientati sui punti cardinali. Anomalia, bizzarria quasi, nel tessuto urbano di una città medievale - scrive Sergio Costanzo nei Racconti della mano destra - Ai Passi vie ortogonali e palazzi allineati, quasi a far convergere la vita in ritmi e tempi cadenzati. Bisogno d'ordine insomma, ma in quegli anni, a dispetto del rigore geometrico, ovunque era colore e fantasia…». «C'erano le botteghe, la macelleria, la Coop, il centro sociale e sì, la sezione dove i compagni si aiutavano. Un tempo questo quartiere era un modello, un'oasi per le classi medie e operaie», dice Baronti. Il villaggio era un centro di gravità, un'isola di partecipazione dal basso. Perché in fondo tutto il mondo passava da Passi: in Largo Ippolito Nievo, la piazza, scrive ancora Costanzo, «le feste dell'Unità erano occasione di incontro, scontro, evoluzione, emancipazione». «Infatti qui votavano tutti a sinistra - dicono Casini e Baronti - perché il welfare c'era e fra i viottoli dei palazzi se ne creava uno spontaneo. Ora invece bandiranno un appalto per un nuovo auditorium e alla gente lasceranno le briciole. Eppure, sebbene con il dolore nel cuore per la morte della bimba alla scuola materna, domenica i Passi sono andati alle urne e si sono fatti sentire. Possibile nessuno se ne accorga?».

Oggi il villaggio è popolato da pensionati che dopo una vita di sacrifici non riconoscono più nulla del luogo in cui sono cresciuti, e a cui la crisi ha lasciato in mano un pugno di mosche. Non sono necessariamente poveri, ma si sentono esclusi, impoveriti, tagliati fuori da una democrazia rimpicciolita, che dispensa diritti per chi gode di privilegi. Da quando è nato, il comitato non ha mai ottenuto un sede propria. Il circolo Arci fa, a singhiozzo, da sala per le riunioni, ma non è una base fissa. Sulla piazza da cui negli anni Settanta debuttarono in diretta tv i Giancattivi ormai resiste arrugginita la targa in alluminio "Pci sezione I Passi", e sotto la tettoietta sbilenca che la sorregge quasi si nasconde quella del Partito democratico. La Regione nel frattempo smentisce il Comune: «Il bando - scrivono gli uffici regionali contattati dal Tirreno - non stabiliva alcun impegno da parte della Regione a concedere il contributo richiesto dai Comuni in fase di candidatura». È «improprio - continuano da Firenze - parlare di decurtazione e inesatto sostenere che siano stati modificati i criteri di assegnazione dei finanziamenti, poiché si è agito nel pieno rispetto di quanto previsto dal programma ammettendo un massimo di 8 Piu». Nessuna distribuzione "a pioggia". «Le risorse disponibili sono sempre state di 46 milioni» e la «ripartizione è stata fatta secondo un criterio di proporzionalità rispetto all'ammontare complessivo del costo ammissibile di ciascun Piu».

«Sa cosa sono venuti a dirci lunedì scorso? - continua Fabozzi - Che anche strade, luci e marciapiedi non si sarebbero potuti risistemare tutti; dobbiamo essere noi del comitato a indicare loro quali finanziare. Oppure noi a scegliere se pedonalizzare la piazza, farne un parcheggio perché per quello pianificato non ci sono soldi, oppure sostituirla con una rotonda e risolvere così il problema delle auto che sfrecciano sulla strada. Noi! Ci hanno almeno dato il tempo di convocare un'assemblea in extremis con i cittadini, nella quale dovremmo scegliere fra soluzioni che mettono in conflitto i bisogni dei residenti e quelli dei commercianti, quando era stato il Comune a prometterci che l'assemblea l'avrebbe organizzata ad ottobre proprio per ascoltare i suggerimenti della gente«. La riunione ci sarà stasera alle 17 al circolo Arci. Ma, prima di poter vedere la revisione del progetto, il comitato ne aveva organizzata un'altra: si erano presentate solo le opposizioni. Il Movimento 5 Stelle, Noi Adesso Pisa, Pisa nel Cuore.

E pensare che la cosa che ai Passi chiedono più di ogni altra, e da anni, è un sottopasso al posto del passaggio a livello. Quella cesura non è più sopportabile, trasforma i soccorsi delle ambulanze in roulette russe, allunga di chilometri la distanza dal centro. «In ogni senso - dice Maria, appena entrata all'edicola - perché dovresti venire ad abitare qui se i servizi sono di là? Perché dovresti fermarti al bar qui, rischiando di perdere minuti interminabili in attesa del treno? Perché vivere vicino a un campo pieno di topi se di là ci sono le strade senza buche e con i prati?». Via XXIV Maggio tornerebbe ad essere il cordone ombelicale con la città e I Passi, racconta Costanzo, «il buco lasciato dalla punta del compasso. Noi, tutti noi al centro e il resto del mondo intorno». E non un buco e basta. Non uno strappo nella rete, un aldilà dalla barriera, una zattera in cui cresce la rabbia dei forgotten, dei dimenticati, che alla rabbia si affidano per non naufragare.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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